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ALTRE COMPONENTI DELL’APPROCCIO GESTALTICO

Il corpo
In un certo senso, come opportunamente fa rilevare G. Donadio (1987) l’Analisi del Carattere di Reich rappresenta il secondo pilastro della Gestalt assieme all’impostaizone fenomenologico-esistenziale. Il corpo, superata una concezione minimalista di derivazione postplatonica che attraversa il tema della conoscenza nella cultura dell’occidente, è più che il corpo. Per riprendere Nietzsche, da La volontà di potenza “E' essenziale partire dal corpo e utilizzarlo come guida. E' il fenomeno più ricco che permette le osservazioni più chiare. Credere nel corpo è più fondamentale del credere nello spirito”.
L’enfasi posta dall’approcco della Gestalt sul corpo ha portato non raramente ad inserire la stessa tra gli approcci psicorporei. Tale impostazione, seppure non priva di fondamento, va chiarita con alcune precisazioni.
Perls riconosce a Wilhelm Reich come “la sua nozione di identità funzionale all'interno di un fenomeno corporale (contratture e tensioni muscolari) e uno emozionale e pertanto psicologico (la difesa), fu la chiave per il lavoro sul corpo e la somatizzazione. Ciò implicò la consapevolezza che i fenomeni mentali e quelli fisici formavano una unità e potevano essere accessibili tanto all'intervento psicologico come a quello somatico. Reich fu il primo a mettere in relazione con chiarezza il funzionamento corporale e psicologico come un tutto unico. Formulò anche la prima metodologia somatica o "lavoro corporeo" con obiettivi terapeutici: la liberazione di emozioni e di energia psichica bloccata come una espressione di conflitti e fissazioni nello sviluppo”.
Da un’altra parte Goodmann (che fu anche uno dei primi allievi e pazienti di Lowen, padre della Bioenergetica) e Perls (1951) si discostano dall’approccio reichiano e loweniano nella modalità di operare sulle resistenze. Le stesse, anzichè essere oggetto di un lavoro mirato e spesso settoriale, debono essere messe in relazione al contesto psicoemozionale che esprimono "la tensione muscolare è una funzione dell'io, parte del Sé, anche se negata e fuori dalla coscienza”.
Gli stessi Autori si mostrano “critici nei confronti di tutti i metodi meccanici (come la manipolazione del corpo per rilassarso o per cambiare la postura) e con il linguaggio dualistico di molti approcci che sembrano parlare del corpo come separato dalla totalità organismica” come ricorda giustamente P. Peñarubia (1977, 186).
Oltre ai contributi di Reich, Perls fa frequente riferimento, specie nelle sue prime opere, anche al lavoro 1) di M. F. Alexander incentrato sull’aiutare il paziente ad acquistare coscienza dei dettagli della sua postura e dei suoi movimenti per migliorare l'uso che fa abitualmente del suo corpo e conseguire un rilassamento delle tensioni inutili, un miglior uso della muscolatura e la sensazione di leggerezza e libertà e 2) di E. Jacobson, psicofisiologo americano che elaborò un metodo: "rilassamento progressivo", centrato sulla regolazione del tono muscolare attraverso la riduzione progressiva e volontaria della contrazione.
Anche nei confronti di questi approcci, Perls si differenzia ribadendo come “ai nostri pazienti non chiediamo di rilassarsi intenzionalmente tranne quando giungono ad essere consapevoli del conflitto interno del quale la tensione è un’espressione (Perls, 1948).
Sul versante del lavoro corporeo sono importanti anche i contributi introdotti da Laura Perls che, anche in polemica con il marito, riferisce come “Nella pratica l'abitudine di centrarsi nella coscienza del corpo non fu incorporata alla Terapia della Gestalt attraverso il lavoro di Reich, bensì fu dovuto dell'euritmia e alla danza contemporanea, ai miei studi di movimento espressivo e creatività ispirati all'opera di Ludwig Klages, alla mia conoscenza dei metodi di G. Alexander e M. Feldenkrais. Solo molti anni dopo si inventava la Bioenergetica e altre terapie corporee”.
Va detto, a conclusione di un paragrafo che potrebbe essere ovviamente assai lungo e complesso che, come Laura Perls sintetizza a proposito del suo stile di lavoro: "Ogni gestaltista sviluppa uno stile proprio; io lavoro molto con la coscienza corporale, con la respirazione, la postura, la coordinazione, la fluidità dei movimenti, le espressioni della faccia, i gesti, la voce, perché ho studiato musica, euritmia, danza contemporanea, i metodi orientali che si basano sul corpo".
Molti terapeuti della Gestalt sviluppano delle competenze anche in altre tecnche di approccio corporeo che integrano nel proprio lavoro clinico con sintesi diversificate e personali.

Il teatro e lo psicodramma
Tra gli ingredienti più significativi che è dato riscontrare nell’opera di sintesi operata da Perls, quella del teatro viene spesso sottovalutata. Il giovane Perls si formò con il celebre regista di teatro M. Reinhardt e partecipò anche a rappresentazioni teatrali di un certo significato. Dallo stesso apprese a farsi completamente “apparato recettore” ad “ascoltare con tutti i mezzi a sua disposizione, orecchi, occhi, naso, bocca aperta, persino con la pelle” sviluppando l’attitudine a cogliere ogni moto espressivo del paziente, sfumature tonali, microgestualità, cambiamenti di postura.
E infine la capacità di entrare nel personaggio. Non solo quello che doveva di essere recitato, ma nella modaltà specifica che l’attore intendeva esprimere nella sua interpretazione.
Ma ci sono anche altri aspetti importanti del lavoro gestaltico, maggiormente collegati allo psicodramma di J. Moreno. Molti sono i punti di contatto, specie nell’applicazione in gruppo del lavoro gestaltico. Entrambi i metodi condividono lo stesso substrato filosofico, fenomenologco ed umanistico nonchè la attitudine terapeutica, l’importanza della mobilizzazione corporea, la spontaneità e la creatività, l’esplorazione delle emozioni inespresse attraverso la attualizzazione della scena o la situazione inconclusa, il valore della catarsi, come garanzia di un insight non meramente intellettuale e l’uso del gruppo come contrasto, confronto, amplificazione della coscienza del protagonista.
Accanto alle somiglianze non dobbiamo tuttavia trascurare le differenze. La principale viene espressa dallo stesso Perls in questi termini: “Moreno chiama a recitare altre persone che sanno molto poco del paziente. Portano le loro proprie fantasie ed interpretazioni che falsificano il ruolo del terapeuta. Però se tutto lo fa la stessa persona, almeno sappiamo che stiamo trattando di una stessa persona. Inoltre, nello psicodramma generalmente ci si attiene solo a delle persone mentre, al contrario, la sedia vuota ci permette di rappresentare qualunque tipo di ruoli: ruote, ragni, dolori di testa, silenzio” (1969, 134).
Coinvolgere altri membri del gruppo per impersonare elementi fantasmatici (personaggi onirici) o reali con i quali il soggetto (o una sua sottoidentità) si mette in relazione implica infatti un inevitabile rischio di contaminazione proiettiva dal momento che il membro del gruppo sarà portato a proiettare sul personaggio agito elementi suoi propri. Tale interferenza comporterà una complessificazione delle gestalten in gioco con maggiore difficoltà a processare quelle inizialmente proposte. Aprire molte gestalten senza seguire il processo evolutivo di una, può produrre abbondanza di materiale ed effetti drammatici pregevoli, non è generalmente segno di un buon lavoro gestaltico.

Il pensiero orientale e lo Zen
Ai contributi del pensiero occidentale vanno aggiunti quelli del pensiero orientale che, benchè solo parzialmente sviluppati da Perls, rappresentano componenti spesso non accessorie dell’impostazione gestaltica.
Un menzione particolare merita indubbiamente lo Zen che, dice Perls “mi aveva attirato in quanto rappresentava la possibilità di una religione senza Dio” (F. Perls , 1969, 102).
Nell’inesausta curiosità per elementi sempre nuovi da integrare nella propria visione del mondo e nel proprio lavoro clinico, afferma Perls: “Lo Zen mi affascinò sempre di più con la sua saggezza, il suo potenziale, la sua attitudine non moralistica. Paul Zeis cercò di integrare la Gestalt e lo Zen, la mia ricerca metteva più l’accento sulla ricerca di un metodo praticabile per aprire questo tipo di autotrascendenza all’uomo occidentale.” (F. Perls , 1969, 102).
E’ anche vero che l’atteggiamento irriverente e non incline a fideistici quanto superficiali entusiasmi preservarono Perls da atteggiamenti che, con terminologia attuale, potremmo definire di stile New Age, e che tendevano a diffondersi già nel clima culturale della California degli anni ‘60.
“Ci vogliono anni... ci vogliono anni prima di essere centrati. Ci vogliono ancora più anni per capire e per essere ora. Ma fino a quel momento diffida di entrambe gli estremi. Sia del perfezionismo che della guarigione istantanea, della gioia istantanea, della consapevolezza sensoriale istantanea. Fino a quel momento diffida di chi dice che ti vuole aiutare. Sono imbroglioni che ti promettono qualcosa in cambio di niente. Ti viziano e ti fanno rimanere dipendente e immaturo” (F. Perls, 1969, 102).
Nel tentativo di identificare gli elementi di concordanza tra le vie dello Zen e della terapia della Gestalt possiamo menzionare:
- la focalizzazione sull’esperienza nel presente, sul qui ed ora;
- il superamento della concezione dualistico-contrappositiva;
- l’adesione alla concezione del fluire energetico come condizione di salute e al blocco come espressione di sofferenza e di malattia;
- l’enfasi sulla consapevolezza più che sulla attitudine intellettualistica nel processo di conoscenza;
- la valorizzazione dei vissuti corporei come veicolo di conoscenza e di radicamento nel presente;
- la fiducia nei processi autoregolativi;
- il privilegio per l’immanenza rispetto alla trascendenza;
- l’apprezzamento per la sobrietà nell’uso della parola e la valorizzazione della comunicazione non-verbale;
- la valorizzazione dell’immediatezza e della comunicazione diretta e non mediata;
- il concetto di vuoto fertile;
- la tensione verso la realizzazione del Sé (self) inteso come equilibrio tra volere e non-volere tra attitudine passiva e attiva;
- accettazione dell’esperienza della realtà in quanto tale al di fuori di tentativi manipolatori pur sostenuti dalle migliori intenzioni;
- attenzione ai metodi di ricerca più che alla codifica di una ideologia statica ed onnicomprensiva.
Alieni dalla tradizione della Gestalt, almeno nello stile di Perls, sono le atmosfere misticoidi. Con scarna definizione di Perls così possiamo in definitiva sintetizzare tale parentela “Sia la Gestalt che lo Zen sono forme, pratiche di approccio alla esperienza della realtà”.
Allo spirito dello Zen è molto vicino anche quello del Tao, da cui lo Zen stesso in parte deriva. In particolare il principio della polarità dinamica (Yin a Yang) trova la Gestalt in posizione di singolare convergenza come vederemo affrontando il tema della dialettica non strutturalmente conflittuale ed oppositiva tra istanze organismiche ed ambientali. Dando la parola a Perls (1951, 441): “Nelle circostanze ideali il Sé non ha molta personalità, esso è il saggio del Tao: è come “l’acqua” ed assume la forma del recipiente. Nei casi in cui il Sé ha molta personalità ciò è dovuto come abbiamo visto al fatto che esso porta addosso molte situazioni incompiute, degli atteggiamenti inflessibili e ricorrenti, delle lealtà disastrose; oppure perché ha abdicato completamente a se stesso e si identifica negli atteggiamenti verso un se stesso che ha introiettato”.

 

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