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I FONDAMENTI DI CARATTERE FILOSOFICO
Per citare Walter Kempler «La Terapia del Gestalt, anche se formalmente
si presenta come un tipo specifico di psicoterapia, si fonda in realtà
su principi che possiamo considerare come una solida forma di vita. In
altre parole è innanzitutto una filosofia, uno stile di vita»
(Kempler, 1973, 271).
Tracciare un confine tra una teoria psicologica ed una filosofia sull'uomo
non è semplice se non addirittura arbitrario. Con esclusione delle
ricerche psicologiche e delle pratiche psicoterapiche che si propongono
aree di intervento assai settoriali, è fatale che ogni approccio
che si apra ad una conoscenza più ampia dell'uomo, alle forme di
sofferenza che inevitabilmente accompagnano i suoi modi-di-essere-nel-mondo
si confronti con alcuni interrogativi più generali sulla natura
stessa dell'esistenza umana.
La posizione di Perls al riguardo è singolare perchè, mentre
da una parte egli si dimostra allergico ad ogni forma di dottrina (che,
accettando la definizione di Claude Bernard, si differenzia dal concetto
di teoria nella misura in cui si presenta come sistema interpretativo
non più verificato nelle sue ipotesi da dati sperimentali e di
analisi critica in perenne evoluzione) di carattere filosofico, antropologico
e religioso, dall'altra pone le condizioni per lo sviluppo di un metodo
di ricerca esistenziale che in modo del tutto particolare si proietta
sui grandi temi dell'esistenza umana.
Volendoci interrogare su quali indirizzi di carattere filosofico-antropologico
confluiscono in modo più significativo nella concezione della Gestalt,
troviamo, come già accennato, elementi di provenienza diversa anche
se, tradizionalmente, è la visione fenomenologico-esistenziale
quella sicuramente più rilevante.
Ma vediamo, più da vicino, come le implicazioni di una impostazione
fenomenologico-esistenziale, in cui invero Perls ha fatto solo sporadici
riferimenti espliciti, confluiscano di fatto nella Gestalt tanto da far
dire a Van Dusen, a proposito delle terapie analitico-esistenziali, come
«c'è un approccio psicoterapico che si adatta in modo più
aderente alla teoria. In effetti una stretta aderenza alla teoria richiede
un approccio particolare. L'approccio è stato chiamato Terapia
della Gestalt e gran parte del merito di questa creazione va attribuito
al dr. F. S. Perls» (Van Dusen,1960).
L’esistenzialismo
Con la concezione esistenziale, al di là delle diversificazioni
rilevanti che in essa è dato riscontrare, la Gestalt condivide
tuttavia alcuni fondamentali presupposti come:
- il primato del vissuto concreto nei confronti dei principi astratti;
- l'irripetibile singolarità dell'esperienza umana mai completamente
assimilabile a modelli generalizzati di riferimento;
- la nozione di responsabilità (abilità a rispondere), di
possibilità di scelta pur all'interno di innegabili condizionamenti
biologici e socioambientali coerentemente all’aforisma di J.P. Sartre
per il quale importante non è ciò che gli altri ci fanno,
ma ciò che noi facciamo di ciò che gli altri ci fanno.
Anche a livello di intervento terapeutico "La terapia gestaltica
è un approccio esistenziale, e questo significa che non ci occupiamo
soltanto di trattare con i sintomi o con la struttura caratteriale, ma
con l'esistenza totale della persona." (Perls, 1969, 75).
Riguardo all'esistenzialismo Perls afferma che «La Terapia della
Gestalt è, attualmente, una delle tre terapie esistenziali di cui
sono a conoscenza la Logoterapia di V. Frankl, la Daseinanalyse di L.
Binswanger e la Terapia della Gestalt”.
L'orientamento a superare la dimensione dicotomico-contrappositiva - estesa
da Perls alla polarità mente-corpo, causa-effetto, soggetto-oggetto,
individuo-ambiente, osservatore-osservato etc. - come superamento di un'impostazione
filosofico-scientifica assai radicata nell'occidente (Platone, Cartesio,
Galileo etc.) lo porta ad esplorare sino alle conseguenze estreme l'ipotesi
di una dimensione di polarità non intrinsecamente contrapposte,
ma anzi inscindibilmente interagenti in una relazione di complementarietà
dinamica.
Tale impostazione trova significativi antecedenti nella impostazione della
Psicologia della Gestalt (relazione dinamica di figura-sfondo, individuo/ambiente),
nella visione hegeliana della tesi-antitesi-sintesi, nella concezione
psicosomatica (attraverso le acquisizioni di Groddeck, Alexander etc.),
nella visione di C. Jung sulle polarità dinamiche (maschile-femminile,
sottopersonalità scisse o in rapporto dialettico) come infine nella
visione filosofica orientale che si riassume in particolare della concezione
del Tao.
In una visione olistica di interazione tra i diversi livelli di complessità
tra loro circolarmente interagenti Perls rifiuta sia l'orientamento a
ridurre il tutto ad una dimensione materialistica come pure spiritualistica.
Egli introduce, forse con qualche approssimazione e senza sostanziare
la sua posizione con una più ampia elaborazione concettuale, il
concetto di naturalità biologica intendendo con questo termine
ben più dei semplici accadimenti della sfera organica, bensì
i diversi livelli di complessificazione che in una dimensione comunque
di sostanziale omogeneità ne derivano.
Di parere analogo è Van Dusen che per la concezione gestaltica
preferisce parlare di indirizzo esperienziale che esistenziale non ravvisando
quell'elemento di intrinseca conflittualità proprio della umana
esistenza dove si sottolinea tra l'altro l'elemento semantico di ex-sistenza,
una condizione cioè a cavallo tra l'essere e l’essere fuori
dall'essere, condizione che appunto contraddistingue la possibilità
del pensiero riflessa e la domanda sul significato stesso dell'esistere
inscindibilmente legato alla consapevolezza della morte.
Nella conecezione per la quale “la gestalt che si forma nella nostra
fantasia deve coincidere con la gestalt nel mondo esterno, per poter giungere
ad una conclusione, per poter affrontare la vita, per concludere la situazione
e così via” (1973, 157) Perls dimostra di aderire ad una
concezione monistica o quantomeno di dualismo parallelistico, una sorta
di potenziale intriseca corrispondenza, cioè, tra avvenimenti reali
e rappresentazioni mentali. Come giustamente fa rilevare G. Ariano (1994)
il desiderio di Perls fu quello di “integrare in un modello unitario
l’anima organismica e quella fenomenologico-esistenziale”.
Il potenziale umano
“La Terapia della Gestalt è un modo di occuparsi di un altro
essere umano per dargli la possibilità di essere se stesso, “saldamente
radicato nel potere che lo costituisce”, per prendere a prestito
una frase di Kierkegaard” (P Baumgardner, 1975, 15).
La Gestalt privilegia infatti, come del resto altri indirizzi di carattere
umanistico, la potenzialità di realizzazione positiva nell'interazione
individuo-ambiente allorchè non ostacolata dalle sovrastrutture
dei condizionamenti sociali, la sostanziale omogeneità e corrispondenza
tra bisogni dell'individuo e possibilità di soddisfacimento, e
non gli aspetti di intrinseca conflittualità propri dell'esistenza
umana ineluttabilmente al bivio tra la accettazione estrema della morte
e del nulla (Sartre o Heidegger che concepiva la vita come «fondamento
nullo di un nulla») o il trascendimento dell'esistenza naturale
stessa (Kierkegaard, Marcel).
Una terza via, a cavallo tra le due, viene avanzata da Van Dusen con la
prospettiva secondo la quale «Se l'esistenzialismo fosse realmente
fedele a sè stesso, avanzerebbe nella direzione del Taoismo orientale
e del Buddismo Zen essendo incline a rispondere alle domande di chi cerca
di capire con lo studio con un puro silenzio, con un puro esperire»
(Van Dusen, 1960, 78). Tale posizione può considerarsi sicuramente
condivisa da Perls che fu un cultore dello Zen seppure più nello
spirito del suo messaggio che nella assiduità della pratica che
tradizionalmente lo contraddistingue.
Coerente, a mio avviso, con la posizione di Perls è anche un esistenzialismo
che, nella definizione di Nicola Abbagnano, «richiama l'uomo all'impegno
verso la propria natura finita, lucidamente riconosciuta ed accettata.
Il filosofare che esso tende a fondare è l'autentico esistere che
è giunto alla chiarezza e sincerità con sè stesso».
Un «esistenzialismo positivo», quindi, come appunto si intitola
un saggio del filosofo del 1948 dove l'esistenza, pur muovendosi nell'ambito
della possibilità e del dubbio, può recuperare quel tanto
di funzione critica, di spinta creativa, quegli spazi pur delimitati di
libertà e di scelta che ne autorizzino un'immagine di dignità.
Nell’aderire ad un pensiero filosofico, Perls, non è stato
attratto tanto dall’aspetto speculativo quanto dalla componente
esistenziale collegata ad un particolare modo di essere: “Bergson
ha reintegrato il termine “intuizione” per indicare quella
conoscenza più profonda della nostra esistenza, che va oltre le
immagini e le parole” (F. Perls, 1947, 225).
Coerentemente all’impostazione esistenziale, la Gestalt si riconosce
nell’alveo della Psicologia Umanistica (inaugurata negli anni ‘50
da Abraham Maslow, Rollo May, Carl Rogers e altri) che - definendosi come
terza via tra un orientamento troppo incline agli accadimenti intrapsichici
come la Psicoaanalisi classica da una parte o troppo incline allo studio
obiettivante dei comportamenti agiti come il Comportamentismo dall’altra
- si propone di “ricollocare l’uomo al centro della psicologia”
intesa come scienza umana intrinsecamente al confine tra le scienze della
natura e quelle dello spirito.
La fenomenologia
Di importanza non minore appare la derivazione (o comunque la vicinanza)
della Gestalt alla concezione fenomenologica.
Questo indirizzo, che impropriamente viene considerato filosofico dal
momento che (salvo l'evoluzione dell'ultimo Heidegger verso un'antropologia
che si interessa delle strutture ontiche sottostanti la multiforme fenomica
dei modi-di-essere-nel-mondo) non propone un sistema di credenze, quanto
piuttosto una modalità di indagine nella conoscenza dell’uomo.
In questa realtà irriducibile ad operazioni di elementare obiettivazione,
le scienze dell’uomo (Geistwissen-schaften) vengono quindi distinte
da quelle che studiano gli oggetti inanimati (Naturvissenschaften).
Di fronte all’impossibilità di erklaren (spiegare) l’uomo
ed i suoi accadimenti è più realistico e legittimo tentare
di immedesimarsi nel suo particolarissimo modo-di-essere-nel-mondo(da-sein)
attraverso un'attitudine partecipativa e sgombra di preconcetti che consenta
di com-prendere, o quantomeno di avvicinarsi (verstehen), ad un fenomeno
mai completamente riconducibile a schemi rigorosamente generalizzabili.
Si tratta quindi di avvicinarsi alla particolare weltanschaung, alla visione
del mondo attraverso le tante manifestazioni (parole, gesti, rappresentazioni,
comportamenti) della persona cui ci accostiamo nell'attitudine di favorire
i suoi processi intrinseci di sviluppo (talvolta anche noi condividendoli,
ma confidando tuttavia nella capacità di autoregolazione organismica
dell'individuo) anzichè sovrapporre od imporre i nostri attraverso
tecniche più o meno direttive o manipolative.
Sviluppare quindi l'attitudine a cogliere i fenomeni, e a farlo affinando
vieppiù le capacità percettive e di ascolto come pure l'abilità
a favorire l'aggregazione dei dati raccolti in insiemi significativi ed
unificanti che corrispondano quanto più possibile alle rappresentazioni
dell'interlocutore non contaminandole con elementi protettivi.
Per estendere al tema un concetto di Husserl «Si tratta di ritornare
al discorso sulle cose, alle cose stesse, tali e quali appaiono a livello
di fatti vissuti, anteriormente ad ogni elaborazione concettuale deformante»
(da S. Ginger, 1987, 64).
Al di là di interpretazioni riduttive per le quali il fenomeno
sarebbe “ciò che appare immediatamente” o “ciò
che appare ovvio” appare indubbio il radicale convincimento di Perls
condiviso con Husserl per il quale “l’essenza dell’essere
è di svelarsi, manifestarsi, di apparire, di essere fenomeno”
(da G. Ariano, 1994, 36) motivo per il quale non si tratta di andare al
di là del fenomeno per accedere al noumeno, alla verità
ultima dal momento che è appunto attraverso questo che la verità
si esprime.
Il pensiero differenziale di S. Friedlander
Come abbiamo già accennato, Perls dedicò il suo primo libro
L’Io, la fame e l’aggressività a S. Friedlander proponendosi
nello stesso di applicare il “pensiero differenziale” ispirato
allo stesso filosofo.
Dei più di 40 libri scritti, il filosofo addita in particlare ne
L’io magico e l’Esperimento uomo il suo superamento del pensiero
lineare (causa-effetto) a favore di quello differenziale che tiene in
conto gli opposti da una posizione di neutralità e che chiamò
il principio della “indifferenza vivente di fronte alla polarità
del mondo”.
Perls riprende fedelmente questo concetto (1947, 17) asserendo come “Ogni
evento si relaziona con un punto zero a partire dal quale si realizza
una differenziazione in opposti. Questi opposti manifestano, nel suo senso
proporio, una grande affinità tra loro. Mantenedo l’attenzione
al centro, possiamo acquisire una capacità creativa per vedere
entrambe le parti di un vissuto e complementare una parte incompleta.
Evitando una visione unilaterale, acquisiamo una comprensione molto più
profonda della struttura e della funzione dell’organismo”.
Non può sfuggire l’importanza di questa premessa per lo sviluppo
della concezone gestaltica sulle polarità, come superamento del
pesiero duale dicotomico.
Ci sono tuttavia altri aspetti di rilievo che Perls avrebbe tratto da
Friedlander che la doverosa sintesi di questa presentazione non consenono
di approfondire e che sono stati acutamente individuati da C. Naranjo.
Solo a titolo di menzione citiamo: la coscienza indifferenziata o pre-differenziale,
che si avvicina al concetto del vuoto del buddismo mahayanico, e che il
filosofo identifica come coscienza pura, o pura individualità.
Tale centro coscienziale, che coincide con l’individualità
profonda, è anche la sede della volontà e della libertà.
Non tanto di una volontà arbitraria del soggetto, quanto il rispecchiamento
nello stesso di un volere cosmico e trascendente “il tutto vissuto
soggettivamente. Con una connessione soggettiva con il tutto”.
Vedremo più avanti come la stessa concezione sul Sé, nel
pensiero di Perls, risente di tale impostazione per la quale si distanzia
dalla concezioni delle fuzioni psichiche in quanto riconducibili ad apparati
di derivazione freudiana.
La semantica generale di A. Korzybsky
Non possiamo concludere i riferimenti di carattere filosofico senza menzionare
la Semantica generale di A. Korzybsky (1933) che rappresenta un tentativo
di superamento di una concezione statica e atemporale della concettualizzazione,
in particolare per quanto si riferisce alla logica aristotelica.
Il significato di un elmento significante risente infatti della collocazione
contestuale in cui è inserito. In altre parole non ha una significazione
assoluta ed in sè, quanto una connotazione che risente del suo
declinarsi storicamente in un qui ed ora.
La tendenza squisitamente umana di estrarre delle generalizzazioni, a
formulare delle mappe produce, accanto agli innegabili vantaggi di una
simile capacità di astrazione, il pericolo di identificarle con
il territorio. Al di là della metafora geografica, mappa e territorio
esprimono anche la tendenza a costruirci delle ipotesi sulla mente, sulla
conoscenza e sull’esistenza che rischiano di ingabbiarci entro schemi
fissi e non falsificabili che rischiano di dimostrarsi inadeguati a rappresentare
il flusso perennemente cangiante della realtà.
Tale formulazione concettuale comporta precisi corollari in ambito clinico
ed essitenziale. Citando M. G. Ramos che sul tema ha condotto una pregevole
sintesi (da Zerbetto, 1994, 405) “spesso dentro il non è
si includono le polarità e le caratteristiche che sono ego-distoniche
o inaccettabili per l’individuo mentre dentro l’è si
situano le ego-sintoniche o accettabili. Per questo, una delle caratteristiche
della personalità problematizzata è l’esistenza di
grandi vuoti che, con la visione rigida e stereotipa di se stesso che
la caratterizza, considera i suoi aspetti/tratti come escludenti e/o esclusi”.
Sempre citando Ramos “conviene ricordare la concezione di G. Bateson
che sosteneva come, sebbene qualcuno viva, impari e si comporti secondo
un modello rigido e polare inevitabilmente starà incorporando nella
sua esperienza il modello opposto” la cosiddetta two valued logic
recentemente rivisitata anche sotto il profilo della teoria della complessità.
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