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GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELL’APPROCCIO GESTALTICO

La membrana-Se’ e le sue funzioni
Dove Freud, ed anche Perls, si fermano, in realtà, è nell’individuare come preminenti i fenomeni di frontiera/contatto nell’interazione individuo/ambiente, senza tuttavia dare al fenomeno la sua configurazione ultima e conseguente: quella di richiamare più esplicitamete il concetto di membrana-pelle e cioè di una entità che non rappresenta solo una metafora, una possibile rappresentazione, ma un reale modello epistemologico, una autentica premessa organismica delle modalità di interazione/contatto tra un individuo, quale sia il suo livello evolutivo, e l’ambiente in cui si muove (Zerbetto, 1991, 109).
E’ come se della membrana cellulare - che per trasposizione sul versante psichico chiamiamo Sé - si osservassero le funzioni in un segmento particolare perdendo di vista la sua configurazione generale che definisce essenzialmente i rapporti di distinzione/comunicazione dell’organismo con l’ambiente in cui è immerso. Ci si ferma a studiare i contenuti o alcune modalità operazionali di questa funzione biologica (che diventerà anche psichica attraverso stadi progressivi di sviluppo del sistema economico di rappresentare i dati di realtà imparando a manipolare rappresentazioni, simboli e concetti anzichè oggetti reali) senza vederne l’aspetto non meno importante di contenitore.
In realtà, sempre per citare Freud da “l’Io e l’Es” (Freud, 1923, tr. it. 9, 400) “l’Io deriva dalle sensazioni corporee, soprattutto da quelle che provengono dalla superficie del corpo. Lo si può considerare come la proiezione mentale della superficie del corpo... (e ancora) L’Io cosciente è prima di ogni altra cosa un Io-corpo (Korper-Ich)”.
Puntuale il commento di Anzieu (1985, 108) che ne deriva come: “La coscienza appare così alla superficie dell’apparato psichico, meglio ancora, essa è questa superficie”.
Una rappresentazione di tale tipo non può stupire, ed anzi trova una puntuale conferma embriogenetica, se si pensa che il sistema nervoso altro non è che una derivazione dal primitivo foglietto germinativo dell’ectoderma. Tutti gli organi di senso, nonchè la vasta gamma di sensibilità possedute dall’apparato cutaneo, parimenti, sono delle differenziazioni dello stesso foglietto germinativo che si specializzano nel cogliere determinate energie vibrazionali (luce, suono), composti chimici (sapori, odori) vibrazioni, pressioni fisiche, calore, stimolazioni dolorose, etc (Zerbetto, 1991, 118).
Tutto lo sviluppo del sistema nervoso, centrale e periferico, va considerato, in quest’ottica, come un sofisticato apparato di interconnessione ed elaborazione delle afferenze provenienti dal mondo esterno ed interno. Tra questi due mondi, o ambienti, la funzione elaborativa della psiche dovrà rinvenire quelle corrispondenze che offrano maggiori possibilità di incontro e contatto (se valutate come positive alla crescita dell’organismo) o, al contrario, quelle difese che rappresentino una valida barriera protettiva (se valutate negativamente).
Tale perimetro/contenitore, sede di percezioni e di consapevolezza, non è ovviamente un’entità statica, ma plastica, elastica, percorsa da attivazioni energetiche mutevoli e rispondenti ad attivazioni di campo esterno ed interno secondo il modello della dinamica figura/sfondo, della autoregolazione organismica, della proprietà di riorganizzazione autoplastica della materia in generale e delle strutture neuronali in particolare secondo un’impostazione propria della concezione gestaltica e che è stata ripresa e suffragata da fondamentali contributi neurofisiologici e di teoria della conoscenza da scuole di pensiero recenti (Eccles J., 1977, Freeman W, 1981, Maturana H. e Varela F., 1984, Prigogine I., 1984, Edelman G., 1988, etc.).
Gli stessi orifizi: bocca, ano, vagina (e pene in quanto aspetto estroflessivo di un corrispondente aspetto introflessivo rappresentato dalla guaina vaginale) così approfonditamente investigati nell’impostazione freudiana e ripresi da E. Glower neLa nascita dell’Io (tr. it. 1970), altro non sono che vie privilegiate di comunicazione interno/esterno che vengono attivate elettivamente in fasi particolari della vita dell’individuo. Si presentano cioè come localizzazioni di sovrainvestimento energetico, come figura emergente dallo sfondo dell’eccitazione diffusa e distribuita ubiquitariamente sulla superficie di contatto dell’intero organismo (membrana cellulare o pelle nel caso di un organismo filogeneticamente più evoluto).
L’Io-pelle, per usare il termine introdotto da D. Anzieu, o Sé, per usare il termine gestaltico, costituisce la premessa, il veicolo ed il contenuto stesso di quel senso di identità-differenziazione (nei due livelli biologico e psichico tra loro intimamente interconnessi anche se a qualche livello distinguibili) che troviamo definito e a rilievo nell’individuo adulto e sano e, al contrario, precario, incerto, sfocato nell’individuo ancora in formazione o nevrotico.
Se infatti ci riferiamo alla teoria del Sé, delle modalità cioè che contraddistinguono il modo-di-essere-nel-mondo di un organismo-individuo osservato, per come viene presentata da P. Goodman, troviamo come l’attenzione viene posta specificamente sui cosiddetti fenomeni di confine tra lo stesso, appunto, ed il mondo con cui interagisce. Tali modalità interattive sono state raggruppate in un numero limitato di possibilità osservabili e che, notoriamente, nel linguagio della Gestalt sono essenzialmente: la confluenza, l’egotismo, la introiezione, la proiezione, la retroflessione. e la proflessione L’egotismo, in realtà, viene trascurato sia da Perls, che da Latner (1972) che dai Polster (1986), mentre viene evidenziata da questi ultimi la deflessione.
Tali modalità di interazione organismo/ambiente sono state variamente denominate dai diversi Autori. I termini più correnti sono di meccanismi nevrotici o perturbazioni nevrotiche alla frontiera-contatto (F. Perls), perdita della funzione Ego (P. Goodmann), resistenze (E. e M. Polster), disordini del self o interferenze nella consapevolezza (J. Latner), interruzioni (J. Zinker), meccanismi nevrotici di evitamento (M. Petit).
Personalmente, dopo essermi confrontato a lungo con le stesse difficoltà, mi sono ritrovato a mio agio con il termine didisturbi della funzione di contatto laddove quest’ultima è sinonimo di Sé. Laddove non si voglia enfatizzare l’aspetto disfunzionale, parlo di funzioni del Sé o operazioni di membrana attribuendo a quest’ultima, ovviamente, un’accezione più ampia di quella riservata ad un organismo unicellulare (Zerbetto, 1991, 131).
Rifacendoci infatti alla tripartizione proposta da F. Perls in Zona Interna, Esterna e Mediana, propongo il completamento dello schema grafico che possiamo derivarne sotto forma di una figura delimitata da un perimetro che la definisce nella sua interezza. Ovvio ed intenzionale appare l’accostamento di immagini con un organismo unicellulare provvisto di membrana.
L’immagine, come ho accennato, non è fine a se stessa. Può infatti costituire un valido supporto per meglio rappresentarci i fenomeni di interazione organismo/ambiente, cui precedentemente abbiamo fatto cenno, e che possiamo ridefinire funzioni di membrana o del Sé (Zerbetto, 1991, 131).
Personalmente preferisco riferirmi al concetto di membrana, anzichè a quello di pelle privilegiato da Anzieau, dal momento che la prima rappresenta la struttura originaria di un entità vivente e biologicamente distinta dal mezzo ambiente. Rappresenta quindi un modello più semplice e nello stesso più universale, rispetto ad una successiva evoluzione, sotto forma di pelle, che caratterizza gli organismi più evoluti ed in particolare l’uomo. In realtà la pelle acquista un significato assai più specifico e pregnante in riferimento alle fasi di sviluppo dello psichismo ed in particolare di quello umano.
Un primo corollario che deriva dalla possibilità di usare questo modello, ci porta a considerare la prerogativa fondametale di ogni membrana, per essere funzionale alla vita biologica, e cioè di essere semipermeabile. Una eccessiva permeabilità esporrebbe infatti l’organismo ad assimilare sia elementi buoni che nocivi dall’ambiente, mentre una impermeabilità altrettanto indiscrimnata non consentirebbe quella molteplicità di scambi (gassosi, liquidi, solidi, onde sonore e luminose) indispensabili al suo adattamento e alla sua crescita.
Tale considerazione ci porta ad individuare nelle due modalità estreme, della iper o della im-permeabilità di membrana, la polarità fondamentale entro cui le funzioni discriminative si debbono muovere per assolvere efficacemente alla funzione fondamentale di frontiera/contatto, dove frontiera sta per separazione, blocco nel passaggio di elementi concreti o informazioni e contatto sta per facilitazione al passaggio degli stessi.
Prima di scendere tuttavia nell’esame più dettagliato delle funzioni di membrana, ritengo utile proporre uno schema elementare in cui si rappresentano tutte le possibilità elementari di interazione organismo/ambiente (O/A).
Ripercorrendo i classici modi di funzionare del Sé o accadimenti al confine (frontiera/contatto) tra un mondo interno (organismo-individuo) ed un mondo esterno (ambiente) ed utilizzando il modello della membrana semipermeabile abbiamo una serie di schemi che propongo nelle figure seguenti, dove sono presentati in sintesi.
Nella confluenza, la membrana è iper-permeabile. Questa condizione è fisiologica e vitale nelle fasi precoci di crescita del feto e del bambino piccolo che, come sappiamo, non ha raggiunto neppure a livello biologico-tissutale un sufficiente livello di differenziazione dalla madre al punto di avvalersi degli anticorpi fornitigli dalla stessa per combattere elementi patogeni estranei. Tale recettività indiscriminata si renderà disfunzionale allorchè l’organismo sarà immerso in un ambiente negativo (presenza di sostanze nocive, fattori disturbanti di diverso tipo: concreto, emozionale, valoriale etc.) dai quali l’organismo-individuo non sia in grado di difendersi-diferenziarsi-individuarsi attivando l’elemento frontiera della polarità strutturale del Sé frontiera/contatto.
L’egotismo, in quanto possibilità di chiusura selettiva, è quindi fondamentale alla crescita dell’individuo e trova riscontro clinico puntuale in molteplici circostanze e fasi evolutive: la capacità di dire no, individuata da Spitz (1965) attorno ai 6 mesi, di differenziarsi quindi dalla fase simbiotica con l’ambiente materno (Mahler, tr. it. 1978), lo sviluppo della capacità aggressivo-competitiva tesa a lottare per il proprio territorio vitale in senso ampio e a difenderlo da possibili invasioni, gli atteggiamenti oppositivi tipici della condotta adolescenziale tesa a demarcare i confini del Sé e la propria identità sessuale, cultuale e sociale e così via.
In questo caso, un atteggiamento egotistico positivo può evolversi in negativo allorchè si produca un atteggiamento cronico ed irrigidito di chiusura al mondo esterno con perdita della funzione Io, della possibilità cioè di discriminare gli stimoli ed attuare le scelte più idonee all’organismo/individuo. Questa è una condizione che si presenta puntualmente in persone esposte ad ambienti non ospitali e quindi potenzialmente pieni di pericoli - reali o fantasmatici - per la sopravivenza (mancanza di calore, sicurezza, cibo e riconoscimento) riassumibili nel concetto di ambiente primario favorevole o di madre sufficientemente buona di Winicott (1962).
Nel caso di un’attitudine egotistica, si tratterà di sostenere il processo di consapevolezza che rimandi ai vissuti in cui il paziente scelse, seppure ad un livello inconsapevole, di difendersi disperatamente e sistematicamente da ogni elemento del mondo esterno e farlo confrontare con la non-attualità della stessa situazione. Lo scollamento dell’esperienza precoce dalla presa di coscienza nel qui e ora di elementi di realtà possibilmente mutati, sosterrà il percorso di un progressivo allentamento delle chiusure difensive ed un’attitudine progressivamente più recettiva e disposta ad accogliere il diverso e il nuovo liberando le energie dell’eccitazione e dell’arricchimento che inevitabilmente accompagnano una permeabilità più osmotica con l’ambiente.
Pur avendo parlato dell’egotismo, subito dopo la confluenza è l’introiezione a seguire la confluenza nel percorso evolutivo. La indiscriminata recettività rende possibili infatti ogni sorta di introiezione. Le stesse, evidenziano, su un piano di realtà ed anche metaforico, una prima fase in cui l’introietto viene accettato completamente (fase dell’allattamento) ed una in cui il soggetto supera una posizione recettivo-passiva per sviluppare progresivamente un’attitudine aggressivo-attiva (dentizione, masticazione, digestione di cibi che comportano un maggiore lavoro di assimilazione, ricerca attiva degli oggetti (cibi-oggetti-persone) per soddisfare bisogni e desideri.
Anche gli introietti (e l’operazione che li consente) possono quindi essere sia buoni che cattivi. L’introiezione di una buona madre, come sappiamo, rappresenta la condizione fondamentale per sviluppare quel senso di sicurezza basale di autocontenimento/autoappoggio, di identità primaria che renderà possibile il superamento della prima fase simbiotica e quindi la possibilità di tollerare l’angoscia di separazione e di proseguire nel processo di individuazione. Analogo discorso può farsi per la figura paterna come elemento strutturante e normativo che favorisce il percorso dal sostegno ambientale all’autoappoggio collegato all’acquisizione dell’indipendenza emotiva, dell’acquisizione di abilità pratiche e conoscitive, dello sviluppo di una sufficiente attitudine aggressivo-manipolativa sul mondo esterno.
Introietti negativi del tipo “sei un buono a nulla”, “diffida di tutti” o gli infiniti altri che l’esperienza quotidiana, oltre che clinica, ci fanno incontrare sono alla base di condizionamenti che limitano in modo più o meno grave la possibilità dell’individuo a crescere, fare esperienze, aricchirsi, sviluppare le capacità discriminative e di scelta per realizzare un Sé (osmosi individuo/ambiente) funzionale, capace quindi di eccitazione e di crescita.
Un radicato introietto negativo del tipo “non valgo nulla” mi renderà indisponibile ad introiettare un messaggio di apprezzamento, mentre un introietto sufficientemente positivo del tipo “valgo qualcosa” mi immunizzerà da un insulto svalorizzante.
Nella retroflessione la chiusura di membrana non è tanto in entrata, come nell’egotismo, quanto in uscita nella direzione individuo/ambiente. Anche qui la connotazione può essere positiva o negativa sempre in rapporto ad una interazione e mai astraendo la funzione dal contesto spazio/temporale (storicizzazione) in cui avviene.
L’individuo che retroflette traccia una linea di confine fra Sé e l’ambiente e la traccia nettamente. Egli tratta se stesso come originariamente voleva trattare altre persone o oggetti e dirige le sue energie non più all’esterno nel tentativo di manipolare l’ambiente per soddisfare i suoi bisogni, ma all’interno sostituendo come bersaglio del comportamento se stesso all’ambiente. Mentre un esercizio sano della retroflessione consente di contenere impulsi per dilazionarne l’espressione in tempi e situazioni che ne consentano un più efficace soddisfacimento, una cronica attiutudine a retroflettere comportarà una ritenzione abituale dei propri bisogni con conseguenti comportamenti autoinibitori che ostacoleranno una più più sana osmosi tra bisogni dell’individuo e possibilità di contatto con le risorse dell’ambiente.
Il tentativo di rappresentarla graficamete la proiezione è reso più difficile dal maggiore elemento smbolico/fantasmatico cui tale operazione generalmente si accompagna. A tale livello, l’aspetto positivo consiste nella capacità, propria degli esseri maggiormente evoluti, di pevedere e di anticipare i comportamenti dell’altro grazie alla possibilità di mettersi nei suoi panni e di rappresentarsi il mondo visto con i suoi occhi (identificazione proiettiva). Questo tipo di attitudine, posseduta anche da animali più evoluti che ne dispongono per apprendere efficaci comportameti di predazione e di conquista sessuale, si è enormemente sviluppata nell’uomo, sostenuta dalla intrinseca hilflosichkeit (impotenza primitiva) di essere cioè totalmente incapaci di autonomia e quindi in balia quindi di eventi esterni minacciosi ed imprevedibili.
A questa funzione dobbiamo anche la capacità di elaborare inferenze sul pensiero altrui e di destreggiarci nelle intricatissme trame delle manipolazioni mentali nostre e altrui.
Questa straordinaria dotazione positiva si trasforma in operazione disfunzionale allorchè il soggetto proietta all’esterno non tanto il riconoscimento di qualcosa che è anche proprio, ottenendo la possibilità di conoscere e rappresentarsi l’altro-da-Sé ma proietando sull’altro-da-Sé una parte di Sé che disconosce alienandola.
Tale disappropriazione di parti di Sé deriva generalmente da introietti disfunzionali. Un introietto negativo relativo all’aggressività e alla legittimità di esprimere con vigore le proprie emozioni e di difendere i propri diritti vitali, ad esempio, potrà portare una persona a non riconoscere come propria l’emozione repressa. Questa oprazione, lungi dal far scomparire l’emozione stessa, la sovrainveste di un’energia che tende a proiettarsi su un elemento esterno in qualche modo collegato al tema in oggetto. Il soggetto diverrà, ad esempio, fobico per l’aggressività altrui amplificando la percezione passiva della stessa e strutturando una concezione cronica di sentirsi vittima a confronto di un mondo sempre più minaccioso. La processualità verso il delirio di persecuzione sarà quindi avviata.
A tali operazioni, che rappresentano quelle meggiormente approfondite, se ne sono aggiunte più di recente altre due.
La proflessione (un misto di proiezione e retroflessione), proposta da S. Crocker (1981, 13) come: “manovra in cui qualcuno fa ad un’altra persona qualcosa che vorrebbe gli fosse fatto”.
Nell’elaborazione alla luce delle operazioni di membrana-Sé, può definirsi anche come l’opposto della retroflessione in quanto eccessiva permeabilità in uscita (con i corollari clinici della impulsività, dell’incapacità a trattenere e quindi a dilazionare il soddisfacicmento delle esigenze interne).
Infine la deflessione, definita dai Polster (Polster E. e M., 1986, 85) come: “manovra per distogliersi dal contatto diretto. E’ un modo di togliere il calore al contatto attuale, per mezzo di circonlocuzioni, parlare troppo, ridere su ciò che si dice, non guardare direttamente la persona con cui si parla, essere astratti piuttosto che specifici ... parlare su piuttosto che parlare a e banalizzare l’importanza di cò che si è appena detto”.
I limiti di spazio per questa esposizione non consentono di estendere le considerazioni alle applicazioni cliniche e alla pratica della psicoterapia. La motivazione principale a riservare a tale argomento uno spazio più ampio è nato dal tenattivo di ricondurre i quadri psicopatologici e, ancor più in generale, i diversi modi-di-essere-nel-mondo ad un modello semplice, universale ed epistemologicamente fondato su premesse di carattere biologico/organismico. Lo stesso termine di contatto, infatti, da premesse di carattere più biologico (contenimento del feto nell’utero materno nello holding) si allarga a cerchi concentrici interessando non più il solo tatto cutaneo e il gusto ma anche i telerecettori (olfatto, suono, luminosità) come infine i codici simbolici (immagini, linguaggio) sino a spaziare su possibilità di incontro sempre più ampio e sofisticato.

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