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OLISMO ED EVOLUZIONE

Perls ricevette importanti stimoli sulla concezione olistica da parte di J. Smuts (1870-1930), filosofo e scienziato che, a seguito delle sue ricerche, pubblicava sull'argomento Olismo ed evoluzione (1926) proprio in Sud Africa (Paese di cui fu anche primo ministro) dove i due ebbero modo di conoscersi.
Secondo questo autore la evoluzione può definirsi come “lo sviluppo e la stratificazione graduale di serie progressive di totalità che si estendono dall’inorganico fino ai livelli più elevati della creazione spirituale”.
A partire quindi da realtà aggregative più elemenari, come possono essere le prime molecole inorganiche, la spinta evolutiva fa progredire l’universo verso sintesi sempre più complesse sotto forma di totalità che andranno a costituire a loro volta sovratotalità in un proliferare inesausto di complessità interagenti.
Anche in questo caso, fu merito di Perls tradurre un concetto scientifico-filosofico nella pratica della applicazine clinica.
In una impostazione definita di olismo situazionale la condotta degli individui sarebbe determinata dall'emergenza di bisogni organizzati gerarchicamente in funzione di due categorie fondamentali: il bisogno di sopravvivenza e quello di crescita.
L’Evoluzionismo di Smuts, consentì una progressiva radicalizzazione del concetto già implicito nella psicoanalisi e che evidenzia nel blocco, nella fissazione dei processi di maturazione psico-emotiva l’origine della nevrosi. Compito precipuo del terapeuta è quindi evidenziare gli elementi di auto-interruzione e quindi di auto-sabotaggio di detto fluire evolutivo ed adoperarsi per favorirne il superamento.
In termini di concreta applicazione, il concetto di olismo implica conseguenze molto concrete: ogni fenomeno comporta generalmente sia aspetti di carattere cognitivo, che emozionale, sensoriale, immaginale e relazionale. Un pensiero, in altri termini, è generalmente associato ad una tonalità emotiva. La stessa comporta riverberazioni sul versante corporeo sia di tipo vegetativo che neuromotorio. Queste possono tradursi a loro volta in comportamenti agiti (verbali, mimico-gestuali o condottuali) con possibili conseguenze sulle relazioni.
Un buon lavoro gestaltico comporta quindi l’attitudine a dare tridimensionalità al vissuto emergente. Se la porta d’ingresso è un pensiero, ad esempio un ricordo o una traccia onirica, è utile collegarla appunto all’emozione che a questo si associa nonchè alla sensazione somatica che la accompagna. Lo stesso valga per una emozione: quale immagine evoca e a quale pensiero si associa?
Lo stesso elemento cognitivo, ad esempio un’immagine onirica, può infatti avere per l’individuo significati assai diversi. L’uso di un impersonale codice di decifrazione, in questo caso un dizionario dei simboli, potrà indurci a false interpretazioni se non raccorderemo tale evocazione simbolica al vissuto emotivo evocato nel sognatore.
L’attitudine ad utilizzare abitualmente uno spettro comunicativo olistico consentirà in altri termini di non restare vincolati ad un unico codice semantico con possibilità di ricostruire in modo più rispondente lo spessore del vissuto che ci viene riferito.

 

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