|
GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELL’APPROCCIO GESTALTICO Le tecniche 1) l’uso del tempo presente. Sul significato filosofico del presente ci siamo già soffermati. Tali premesse si traducono nell’invito spesso rivolto all’analizzando di esporre il suo racconto - sogno o anche rievocazione - non al passato ma al presente. Con questa operazione non si intende operare una simulazione sul come se l’avvenimento si svolgesse adesso (in Gestalt si preferisce lavorare sui vissuti reali più che simulati come pure non si enfatizza il come se dell’esperienza relazionale in terapia) ma al contrario si sottolinea il fatto che l’episodio è significativo adesso se è nel presente che viene rievocato. Tale attitudine si collega anche alla 2) comunicazione diretta. Specie se si tratta di contenuti a tonalità emozionale più intensa, è frequente constatare la tendenza a rifugiarsi dietro un messaggio allusivo ed indiretto per evitare la comunicazione più esplicita e diretta. Tale atteggiamento sostanzialmente infantile evidenzia una inabilità nella 3) assunzione di respons-abilità intesa come abilità a rispondere che notoriamente compete la condizione adulta. Tale modalità operativa non va confusa, come spesso si fa, con un atteggiamento pedagogico ispirato da una posizione persecutoria del tipo “sii responsabile” e che notoriamente comporta una comunicazione a doppio legame. Più che il comportamento, e la sua modifica, la assunzione di responsabilità riguarda la riappropriazione consapevole del vissuto, il re-owning di cui già si è detto. Di qui 4) l’uso della prima persona rinunciando a quel “si dice” (di heideggeriana memoria) a quel “noi” dietro il quale nascondersi per il timore di differenziarci come individui e quindi separati dalla rassicurante e mimetica massificazione di gruppo. L’impostazione della Gestalt su questo punto è molto radicale, sino a 5) deenfatizzare la nozione di inconscio. Se in sogno io uccido mio padre o mi unisco a mia madre, questo non mi autorizza ad attribuire ad un fantasmatico inconscio la responsabilità di questo gesto. Sono io, o comunque un a parte di me, che comunque si esprime in questo agito. Solo assumendo la responsabilità di questo comportamento (di qui la grandezza di Edipo come eroe tragico della consapevolezza e del “conosci te stesso”) io posso in qualche modo fare entrare questo tema nella sfera dell’Io consapevole e sottrarmi quindi alla necessità di un volere altro (attribuibile, a seconda del paradigma culturale dominante, al volere deegli dei, di un genitore o di un anonimo agente interno di cui io non sono consapevole). Di qui l’uso del 6) monodramma. Tale tecnica, detta comunemente anche sedia vuota comporta la assunzione della duplice (o multiforme) identità di cui il mio Sé si compone. Tali sottopersonalità possono ovviamente essere in conflitto reciproco sino ad ignorarsi completamente, come si rivela nello sdoppiamento schizofrenico della personalità. La negoziazione che è possibile avviare tra queste due parti di me in conflitto - alternando successivamente l’identificazione nelle due parti ubicate nelle due sedie - consente abitualmente un notevole chiarimento della polarità in gioco ed una accelerazione dei processi integrativi. In tale modalità è più agevole prescindere inizialmente da un approccio freddamente cognitivo e operare attraverso una più intensa 7) catarsi emozionale. Il lavoro a presa diretta sui processi primari (immagini, emozioni, vissuti corporei, gestualità) rappresenta sicuramente una caratteristica forte dello stile gestaltico. La fase cognitivo-integrativa non viene sottovalutata ma viene generalmente dilazionata a conclusione di un percorso esperienziale che si propone in una prima fase di contattare in modo diretto e meno mediato i contenuti emozionali. L’uso del lavoro sui processi primari va assolutamente sconsigliato a chi non un è passato attraverso una personale esperienza di detta modalità applicativa; 8) l’ologramma. Nella concezione della Gestalt, ogni vissuto ha, seppure con graduazione differenziata degli ingredienti, sia una componente cognitiva, che immaginativa, emozionale, sensopercettiva e vegetativo-corporea. Quale che sia la porta di ingresso nel vissuto, è utile configurarlo secondo la poliedrica prospettiva attraverso il quale può essere colto. Questo significa far emergere la tridimensionalità della gestalt emergente e facilitare quindi il processo della 9) gestaltung. Il processo morfogenetico rappresenta sicuramente l’anima stessa dell’approccio in oggetto. Qual’è la cosa in gioco in questo momento? Cosa vuole esprimersi, configurarsi, emergere con definizione più chiara da uno sfondo più indifferenziato, da una matrice magmatica in cui gli elementi del passato si amalgamano in attesa di partorire il nuovo? Più che una tecnica si tratta qui di un’arte che esperienza e conoscenza consentono di sviluppare vieppiù nel lavoro clinico; 10) la frase ripetuta. La reiterazione di una sequenza di racconto, vuoi riferita al soggetto (e detta magari per inciso o con enfasi emotiva) come pure ad un personaggio significativo nella sequenza stessa consente una amplificazione del vissuto emotivo latente e quindi della possibilità di connotarne il significato e la comprensibilità. Alla ripetizione della frase, che spesso evoca una resistenza proporzionata al tentativo di rimozione del contenuto latente, si chiede di esprimere la sensazione che vi si associa sino a raggiungere una sufficiente congruenza tra contenuto e modalità espressiva. Alla abituale attitudine ad eludere, ad evitare ciò che ci può coinvolgere emotivamente, la Gestalt suggerisce il percorso opposto della 11) amplificazione. Detta tecnica può applicarsi a contenuti di coscienza di varia natura: un gesto, un’espressione verbale, un’immagine, una sensazione corporea. Anche qui, anzichè rassicurare minimizzando, si preferisce attraversare appieno il vissuto (spesso conflittuale). Tale modalità richiede ovviamente lo sviluppo di una adeguata attitudine virgiliana che consenta di accompagnare il nostro esplorare nelle pieghe più temute dei propri “inferi”; 12) il fenomeno e il linguaggio corporeo. Coerentemente alla sua impostazione fenomenologica la Gestalt riconosce un grande valore a ciò che si manifesta prima di presumere di accedere a ciò che si nasconde. Un uso incauto dell’inferenza, attraverso la pratica dell’interpretazione, comporta infatti il rischio di spostarsi sul possibile contenuto recondito svuotando di significato il contenuto che appare e che ha elementi di obiettivabilità, nel senso anche di osservabilità, che non vanno sottovalutati. L’importanza di far emergere ad un livello di maggiore osservabilità i contenuti latenti si associa all’uso dello 13) esperimento. L’evoluzione provede per tentativi ed errori. Nel laboratorio rappresentato da un setting gruppale, più ancora che individuale, il soggetto viene messo nelle condizioni di esplorare modalità comunicative diverse da quelle spesso insoddisfacenti e ripetitive da cui si sente imprigionato. Il conduttore dovrà quindi predisporre un percorso esperienziale capace di favorire questa esplorazione che mette in gioco sia il comportamento agito che i vissuti a questo collegati. Sarà compito del ricercatore confrontarsi con l’esperienza raccolta potendo integrare, o anche rifiutare, un diverso modo-di-essere-nel -mondo. Nella capacità di inventare un percorso esperienziale adeguato (innovativo ma anche praticabile) si gioca evidentemente l’abilità del terapeuta che sarà chiamato ad immettere anche lementi creativi ed inventivi e non solo applicativi di moduli prefissati. Sarà chiamato, in altri termini, anche a 14) correre dei rischi. Il sostegno alla assunzione di rischio è una caratteristica non marginale nell’approcco della Gestalt che si propone come non paricolarmente protettivo e tutorio. Provocatoriamente Perls definì la Gestalt una “terapia per sani” sottolinenado l’importanza dell’assumersi delle resposnabilità nel percorso di crescita personale per consentire il 15) passaggio dal sostegno ambientale all’autosostegno. Il primo
corrisponde ovvamente ad una fase più arcaica della nosra evoluzione
personale nella quale abbiamo bisogno di un maggiore aiuto, di un “Io
sostitutivo”, per utiizzare un concetto di Winnicott, generalmente
dato dalla funzione materna. Successivamente abbiamo bisogno di stimoli
ed impulsi più vigorosi per assumerci il rischio della differenziazione
e della esplorazione del mondo che si configurano come percorso evolutivo
maggiormente improntato alla funzione paterna. |