Home
Home --> Rubriche --> Approfondimenti --> La Psicologia investigativa

di Sara Toma, argomento: Psicologia Giuridica

stampa

Attualmente, l'applicazione dei metodi psicologici nell'ambito dell'investigazione criminale sta assumendo un'importanza straordinaria, soprattutto in riferimento alla psicologia criminale e giuridica. Psicologia e diritto hanno infatti una lunga tradizione di confronto sia sul piano teorico, sia soprattutto su quello pratico; in questo contesto, in sede giudiziaria, la collaborazione dello psicologo viene spesso richiesta da parte dei magistrati, degli avvocati e degli operatori sociali, al fine di ottenere una diagnosi riguardo i fattori individuali che hanno condotto al delitto; mentre, in fase esecutiva della pena, l’intervento viene richiesto in qualità di osservazione scientifica della personalità del condannato.

Il giudizio richiesto allo psicologo ha prevalentemente lo scopo di stabilire se esistano o meno nel soggetto delle condizioni di normalità psichica, o di maturità personale, tali da consentire un’attribuzione di responsabilità legale, la quale può riguardare atti devianti oppure decisioni che coinvolgono altre persone. In altri casi il giudizio richiesto riguarda altri tipi di responsabilità, quella ad esempio ritenuta necessaria per attribuire al soggetto un’idoneità educativa in qualità di genitore affidatario o adottivo. Lo psicologo, in tutte queste circostanze, agisce in qualità di perito o consulente tecnico, la cui competenza serve ad integrare altri tipi di valutazioni, ad esempio quella del magistrato, al quale rimane comunque la responsabilità dell’ultimo e definitivo giudizio. Lo psicologo interviene anche nei contesti che hanno l’obiettivo della prevenzione del disagio e della devianza, la scuola, le agenzie pubbliche e del privato sociale etc.

L’area del lavoro peritale in campo penale e civile e l’area della progettazione e della realizzazione di progetti di prevenzione della devianza, rappresentano certamente due principali competenze specifiche dello psicologo giuridico. La psicologia giuridica infatti, si occupa specificatamente del rapporto tra comportamento, soggetto, e norme sociali e giuridiche e si occupa della trasgressione delle norme e delle conseguenze di tali trasgressioni sul piano giudiziario, penale, investigativo e della prevenzione. All’interno del settore investigativo, la psicologia offre strumenti adeguati sia per ottenere informazioni dai luoghi e dalle situazioni che l'investigatore deve osservare, sia nel momento in cui agire in senso investigativo significa incontrare le persone implicate nel lavoro; vittime, testimoni, autori di reato.

Il modello della psicologia investigativa, sviluppato da Canter e dai suoi collaboratori in Inghilterra nella metà degli anni ’80, si fonda sull’utilizzo della Facet Theory, la “teoria della sfaccettatura”, la quale, dopo aver analizzato le relazioni tra variabili e delineato e codificato gli oggetti di interesse della ricerca, cerca di sfaccettare lo spazio, denominando e interpretando ogni sfaccettatura che racchiude un certo numero di variabili. In altre parole, Canter sostiene che la psicologia può essere direttamente applicabile al crimine, in quanto tale evento deve essere inteso come una relazione interpersonale tra la vittima e l’offender; dunque, le modalità e le motivazioni che sottendono l’atto criminale sono collegabili e simili a quelle che accompagnano l’offender in qualunque altro rapporto normale della vita quotidiana.

Attraverso studi approfonditi sulle modalità di interazione tra vittima e aggressore, Canter ha potuto postulare cinque fattori chiave tramite i quali il sapere psicologico può essere applicato al metodo investigativo, con lo scopo di poter stilare il profilo psicologico dell’autore sconosciuto di un reato. Il primo, l’assunto della coerenza interpersonale, si basa sul presupposto che le azioni criminali vengono agite nelle modalità e con motivazioni che hanno un senso per la dimensione psicologica dell’aggressore.

In altre parole, poiché l’omicidio, l’aggressione sessuale, o altre forme di aggressione violenta sono comunque una relazione tra offender e vittima, anche in questo estremo tipo di relazione interpersonale l’aggressore metterà in atto gli stessi schemi che utilizza in qualsiasi altra relazione sociale ed interpersonale. Dunque, osservando le modalità con cui l’offender si è mosso nella scena del crimine ed ha interagito con la vittima, sarà possibile individuare alcune sue caratteristiche. Il secondo assunto si riferisce invece al significato del tempo e del luogo di un aggressione, i quali sono in parte dovuti alla scelta consapevole del criminale e dettati dalle sue necessità.

Il momento scelto per compiere il reato, può quindi fornire indicazioni sugli orari di lavoro del criminale o su altre sue abitudini; Canter afferma che gli stupri o gli omicidi, specie se pianificati, vengono spesso commessi in luoghi che l’offender conosce e, con gli stessi presupposti, la scelta dell’orario ( il giorno piuttosto che la notte o il fine settimana piuttosto che altri giorni) avrà una propria motivazione, sia pratica-manuale che psico-motivazionale.

Il terzo assunto, inerente alle caratteristiche criminali, postula che attraverso l’analisi della scena del crimine e delle modalità di commissione, si possano cogliere alcuni aspetti delle caratteristiche personologiche, comportamentali e socio-demografiche dell’offender sconosciuto.

Il quarto assunto, rivolto all’analisi della carriera criminale, si basa sull’ipotesi che il reo modifica raramente le modalità di commissione del reato, soprattutto se la tecnica gli si e dimostrata efficace; più facilmente, può invece accadere che avvenga una escalation nella tipologia e nella qualità dei crimini, o una estremizzazione delle modalità di azione.

Poiché tali cambiamenti possono essere dovuti sia a qualcosa che è accaduto al criminale durante l’azione, sia ad una sua percezione e soddisfazione dell’evento a posteriori, è basilare accertare se l’offender sia stato coinvolto in precedenti attività criminali. Infine, l’assunto della consapevolezza forense, ipotizza che se l’offender ha cercato di evitare la cattura attraverso alcuni accorgimenti, egli deve quasi certamente essere al corrente delle tecniche investigative ed avere anche alcuni precedenti penali. Canter, assieme a Salfati ha ideato, inoltre, quella che è la dicotomia propria della psicologia investigativa, cioè la dicotomia espressivo/strumentale; infatti, secondo gli autori, sia le forme e gli stili di relazione tra vittima e offender, sia i temi strumentali ed espressivi si riflettono nelle modalità di commissione del reato.

I moventi di un aggressione possono quindi essere riassunti in due categorie, sulla base delle finalità e dei guadagni dell’aggressore: l’aggressione espressiva e l’aggressione strumentale. Le aggressioni espressive sono quelle in cui il reo ha un obbiettivo simbolico, cioè di comunicazione o di soddisfazione delle proprie fantasie interne. Gli omicidi strumentali hanno invece finalità pratica di ottenimento di un qualcosa di concreto legato al cambiamento di una situazione, ad un benessere materiale (uccidere per compenso economico) o alla soluzione di uno stato emotivo alterato (uccidere per gelosia).

In questo ambito, è lecito affermare che, ad oggi, la psicologia investigativa può ormai essere considerata una delle varie discipline appartenenti alle scienze criminali; infatti, soltanto l’intreccio di questa disciplina con le altre permette di poter indirizzare le indagini verso l’identificazione dell’autore sconosciuto di un reato e trarre valide inferenze circa la sua personalità, attraverso l’analisi della scena del crimine e delle modalità (statiche o dinamiche) di esecuzione e consumazione della tattica criminale. La psicologia investigativa, a differenza di molti settori della psicologia empirica, è un sapere articolato che trae vigore dalla tradizione scientifica della psicologia giuridica e criminale, ma fortemente orientato verso un approccio interdisciplinare, con un’ attenzione particolare alla raccolta, repertazione e condivisione dei dati, a causa della necessità di ancorare l’analisi investigativa al campo della ricerca sperimentale e all’introduzione di metodologie avanzate nel trattamento dei dati.

Sul fronte dell'investigazione la psicologia offre un contributo decisivo nel tentativo di porre soluzione ai quesiti in gioco, confrontandosi coi contributi forniti da altre discipline, come la psichiatria, la criminologia clinica, le tecnologia di rete, il diritto penale e civile, sostanziale e processuale e le scienze forensi. In questo senso, confrontandosi con i contributi forniti da tali discipline, la psicologia investigativa apporta un valido contributo alle indagini e alla scansione dei casi giudiziari, offrendo una diversa chiave di lettura alla ricerca della verità sui fatti criminali grazie alla formulazione di un pensiero distante dai canoni epistemologici del lavoro peritale. Questa disciplina, studia, infatti, come reperire, valutare e utilizzare in modo sistematico e scientifico l’informazione investigativa; come poter supportare le azioni e le decisioni delle Forze di Polizia, nonché le inferenze che si possono trarre dalle attività criminose.

La psicologia investigativa, in quanto applicazione della psicologia al processo investigativo e più in generale all'attività di Polizia Giudiziaria, trova modalità applicative nella preparazione e nell'analisi dell'intervista investigativa e dell'interrogatorio, nella definizione del profilo criminale (offender profiling), nella stesura dell'autopsia psicologica, nello studio della psicologia della negoziazione, nell'analisi psicologica di testi scritti, nella preparazione dell'operatore di Polizia e del team investigativo, nel problem solving dei processi investigativi e nello studio della psicologia della testimonianza oculare. Da questo quadro emerge che l’obiettivo del lavoro psicologico è quello di un miglioramento investigativo, sia in campo penale che civile.

Nonostante il suo ambito di applicazione, la psicologia investigativa ha come suo elemento di distinzione un interesse per la realtà storica dei fatti, più che per la ricostruzione degli eventi, la quale risente della soggettività che nasce dallo sconfinamento dei dati peritali nell’ambito dell’indagine clinico-giuridica. In questo senso, esiste una gerarchia di criteri logici che si possono considerare. La corrispondenza, ad esempio, cioè la congruenza tra fatti ed interpretazione della realtà, deve essere tenuta di conto, in quanto i contenuti di una narrazione possiedono un valore in parte sempre soggettivo, cioè una coloritura emotiva e personale che talvolta può addirittura deformare la percezione della realtà e, di conseguenza, la ricostruzione dei fatti.

Il colloquio criminologico, in questo senso, si orienta verso la ricostruzione di una verità psichica con un valore puramente clinico e, questa sua finalità, sembra poter soddisfare sia le esigenze della perizia classica, sia quelle dell’indagine psichiatrica forense, le quali devono soddisfare quesiti inerenti all’imputabilità e la pericolosità sociale. Il lavoro dello psicologo dovrà quindi essere guidato dal principio della responsabilità e della consapevolezza; in questo caso, il processo interpretativo, condurrà il lavoro verso una logica che tenga conto sia del bisogno di certezze tipico del diritto, sia della necessità di collocare gli eventi nella dimensione soggettiva, attività, questa, che costituisce il cuore di tutto l’intervento tecnico.

La psicologia infatti, come scienza della persona, chiama in causa il rispetto deontologico, orientato a garantire la massima sicurezza circa lo sfondo etico che deve sempre riguardare e proteggere l'indagine. Se da un lato lo psicologo non può adottare un criterio di pura indagine dei fatti tipico del modello poliziesco, nello stesso tempo, la natura del suo mandato lo costringe a mantenere un forte legame con gli avvenimenti reali, riconoscendo comunque che l’accesso ai fatti passa attraverso la ricostruzione dei soggetti in gioco, quindi attraverso le modalità con cui sono stati colti-percepiti-compresi-razionalizzati nella testimonianza.

Questo carattere di ricerca di elementi di verità all’interno di una serie di pensieri spesso confusi può far assumere al colloquio clinico-giuridico un valore anche terapeutico; infatti, la scoperta di una verità può spesso condurre alla parziale risoluzione del conflitto o con una sua definizione su un piano più accettabile per l’ecologia della mente del soggetto. Altri criteri logici da dover considerare riguardano la coerenza, cioè l’assenza di contraddizioni nelle diverse parti del lavoro specie al livello della giustificazione delle ipotesi guida, il consenso della comunità scientifica allargata sull’utilizzo di strumenti di lavoro e, per ultima, la convergenza, cioè la possibilità che tra tutti gli attori impegnati nelle indagini vi sia un accordo sul giudizio espresso dallo psicologo nel contesto pratico in cui esso si pone.

I criteri che guidano l’indagine psicologico-investigativa sono riconducibili a due tipologie complementari di procedura: la criminodinamica e la criminogenetica.

La criminodinamica è uno studio importante per l’accertamento della dinamica dei fatti e riguarda la ricostruzione obbiettiva dell’intero processo anti-giuridico nell’arco di tempo in cui esso si realizza; infatti, è possibile osservare come ogni evento anti-giuridico sia unico e irripetibile, nonostante possa comunque essere collocato in determinate categorie di reato del codice penale.

Questo approccio consente di poter suddividere l’evento criminale in tutte le componenti di reato che esso contiene e di individuare tutte le violazioni al codice penale che sono state commesse; inoltre, permette di poter fare un confronto tra le diverse categorie di reato, tramite la comparazione dei differenti atteggiamenti manifestati dai tribunali nella valutazione di fatti simili.

L’indagine criminogenetica privilegia invece le problematiche di natura psicologica dell’autore di un reato; tali variabili devono però essere affrontate anche in una prospettiva interpersonale che tenga conto del contesto relazionale, culturale e sociale dell’autore del crimine. Infatti, specie in certi tipi di reato violento (stupri e omicidi), è indispensabile analizzare i fattori relazionali che hanno indotto all’atto, ponendo in risalto tutto quello che ruota attorno all’azione criminosa.

Tali reati, infatti, possono essere analizzati meglio se colti nella loro dimensione relazionale, dove ogni condotta violenta acquista un particolare valore comunicativo e serve da meccanismo regolativo di un microsistema prossimale, entro il quale si manifestano le esperienze significative dei soggetti in gioco nella relazione. Tale approccio offre spunti interessanti per comprendere la criminodinamica in una prospettiva più ampia e, in ogni caso, propone un’ottica in cui viene conferito uguale valore all’autore e alla vittima.

In presenza della vittima, lo studio della relazione consente l’introduzione di una terza entità determinante nella comprensione dei fattori preparatori, circostanziali e precipitanti dell’interazione violenta: gli atti comunicativi e di contatto specifici entro la coppia o il microgruppo interagente nell’evento. Uno dei temi di maggiore attualità della psicologia investigativa è la realizzazione del profilo psicologico di un autore sconosciuto di un reato o di una serie di reati.

L’offender profiling (o criminal profiling) è un’attività volta a fornire agli investigatori un quadro delle caratteristiche di personalità, socio-demografiche del criminale ( il genere sessuale, età, etnia, curriculum scolastico, status sociale ed eventuali precedenti penali). Nello specifico, il profiling rappresenta una tecnica mirata ad identificare e interpretare i comportamenti o le azioni che hanno avuto luogo sulla scena del crimine, con l’obiettivo di delineare le caratteristiche di personalità dell’offender, il modus operandi e, possibilmente, il movente. Questi elementi, vengono ricavati basandosi sui dati statistici e su un analisi psico-criminologica del delitto, la quale rappresenta la fonte principale di informazioni per gli investigatori. Il criminal profiling è quindi un’attività di supporto che può servire a indirizzare e ottimizzare tempi e risorse di un’investigazione criminale classica, offrendo, in questo senso, un criterio aggiuntivo alla costruzione di una lista dei sospetti.

Essendo un’ inferenza che deriva dall’analisi delle variabili e degli indizi messi a disposizione dalle indagini, l’offender profiling può essere portato a termine con successo solamente attraverso l’interazione tra questi elementi e le conoscenze scientifiche e statistiche su delitti simili. Viste le sue finalità di intervento, le applicazioni del criminal profiling sembrano prestarsi meglio nei casi di crimini molto espressivi, ossia crimini seriali, omicidi efferati e senza apparente movente e stupri.

Anche se fin dalle sue origini, le tecniche di criminal profiling sono state applicate quasi esclusivamente all’analisi di questi “major crimes”, tali tecniche possono essere estese anche all’analisi di altri comportamenti criminali come il furto con scasso, rapine, o comunque, di tutti quei crimini in cui si possono osservare sia gli schemi comportamentali del reo, sia gli schemi di interazione tra l’offender e la vittima.

Premessa basilare dell’offender profiling è che la personalità e il comportamento di un soggetto si riflettono a vicenda; in altre parole, commettere un certo tipo di crimine equivale ad avere un certo tipo di personalità. Attraverso l’analisi della tipologia di crimine, di vittima, del modus operandi e della scena del crimine è possibile quindi giungere alla stesura del profilo psicologico e socio-demorafico del reo.

Altri principi basilari di questa attività riguardano il fatto che il modus operandi non cambia mai significativamente; infatti, una certa tipologia di criminale tenderà a mettere in atto sempre le stesse modalità di azione nel caso in cui queste si siano dimostrate efficaci. Questo lavoro assume un valore aggiuntivo nel caso in cui si possano confrontare i dati a disposizione con simili modalità d’azione attribuite a criminali già catturati e dei quali si conoscono già le caratteristiche. A questo proposito, è da sottolineare il fatto che il profiling dovrebbe essere considerato più come un ipotesi di lavoro che come una tecnica, dal momento che, sebbene nell’ambito di una certa tipologia criminale si possano inferire alcune generalizzazioni inerenti le caratteristiche di quel tipo di criminale, ogni soggetto è comunque unico per quanto riguarda la sua personalità, le sue caratteristiche comportamentali o il modus operandi.

In generale, il profiling è un attività che nasce e si esaurisce in fase di indagine, poiché il suo obbiettivo è quello di fornire uno strumento descrittivo aggiuntivo che permetta di indirizzare le indagini in una direzione piuttosto che in un’altra. L’offender profiling non è dunque un attività peritale o di consulenza, anche se può, nel procedimento giudiziario in fase di indagine, prendere queste forme. Attualmente, la ricerca psicologico-forense sta attraversando un momento di grande impegno sia sul fronte applicativo che su quello epistemologico.

A partire infatti dalla pubblicazione della legge 7 dicembre 2000, n.397. , lo psicologo viene chiamato, in qualità di consulente, a nuove modalità di intervento e alla risoluzione di nuovi interrogatori molto diversi da quelli della tradizionale pratica peritale.

In passato, il lavoro del consulente era volto alla convalida di tesi di carattere clinico-giuridico, nel caso in cui fossero sorti dubbi sull’attendibilità di un soggetto testimoniante o sulla possibile responsabilità delle azioni di un indagato al momento del crimine. Il consulente era invitato alla somministrazione di una serie di test e ad un colloquio clinico, al fine di valutare i fattori soggettivi e costruire una verità psicologica, la quale veniva considerata come parere di un testimone esperto e dibattuta in un contraddittorio formale.

La verità storica, cioè l’indagine sui fatti accaduti era comunque riservata alle forze dell’ordine. La nuova legge ha invece modificato radicalmente le possibilità di azione del consulente, conferendogli compiti di ricerca delle fonti di prova, convogliando quindi appieno la psicologia nell’ambito delle scienze forensi e conferendogli poteri di carattere investigativo.

Il comma 1 dell’ articolo 391 bis consente oggi ai consulenti di poter conferire con le persone in grado di riferire informazioni utili all’investigazione; inoltre, gli artt. 391 sexies e septies regolamentano le modalità di accesso a luoghi, anche privati, nei quali si effettuano le indagini. Con queste innovazioni, gli psicologi forensi si sono trovati di fronte alla necessità di dover acquisire e comprovare tecniche e competenze metodologiche in grado di soddisfare gli impegni e le richieste derivati dalla nuova legge. Uno dei focus privilegiati della psicologia giuridica, nelle evoluzioni più attuali, è proprio quello di individuare, sperimentare e trasferire, agli operatori (psicologi, operatori del diritto ecc.), attraverso percorsi formativi mirati, competenze tecnico-operative specifiche nell’ambito: del maltrattamento e dell’abuso, della criminalità minorile e degli adulti, della valutazione della genitorialità in campo civile e della tutela del minore, dell’educazione alla legalità, ecc., al fine di offrire una professionalità adeguata alla complessità e all’evoluzione dei comportamenti, dei problemi e delle cornici normative che riguardano questo settore di intervento. Solo in questo momento la psicologia forense sta configurando una propria comunità scientifica con istituzioni definite, una classe accademica, associazioni professionali, collane specialistiche e riviste divulgate in modo continuativo; ma, all’interno della psicologia giuridica, la sensibilità e l’interesse per l’investigazione rimangono ancora troppo scarsi.

Bibliografia

Rossi, L., Zappalà, A. (2004). Che cos’è la psicologia investigativa. Roma: Carocci Editore

Rossi, L., Zappalà, A. (2005). Elementi di psicologia investigativa. Milano: Franco Angeli Editore

Mastronardi, V., De Luca, R. (2005). I serial Killer. Roma: Newton &Compton Editori

Palermo, G. (2005). Criminal Profiling: l’unicità dell’assassinio

Strano, M., Buzzone, R. (2005) Introduzione al criminal profiling

Strano, M., Buzzone, R. (2005) Gli studi sulla validità scientifica del criminal profiling


 
MOTORE DI RICERCA

AREA UTENTI
Di cosa soffriamo
Orientamenti
Scegliere lo psicoterapeuta
Diritti e doveri
Indirizzi utili
 

RUBRICHE
Chiedi all'esperto
Approfondimenti
Studi e ricerche
Spazio editoriale aperto
Cronaca ragionata
Interviste
Psicologia e arte
News
Recensioni
Dall'Europa e dal mondo
 

SCIENZE UMANE

SALUTE

VARIE

REGISTRO

LINK

FORUM

MOTORI DI RICERCA

Credit | Note legali | La tua privacy | Contattaci Copyright © 2003-2019 Psicoterapia.it - Tutti i diritti riservati