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di Antonietta Casamassima, argomento: Psicologia Sociale

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L'interesse degli psicologi per i comportamenti a rischio degli adolescenti è dettato in larga misura dall’incremento di fenomeni socialmente preoccupanti che coinvolgono i giovani nella fascia di età compresa tra i 14 e i 16 anni (Arnett, 1992). L’affermazione precedente, anche se non recentissima, si può comunque considerare attuale perché tali fenomeni non solo sono aumentati, ma si concretizzano spesso in comportamenti che vanno talvolta al di là di ciò che possono immaginare gli adulti (il fenomeno del lancio dei sassi dai cavalcavia, l’incremento nell’uso di sostanze stupefacenti, le baby band, le stragi del sabato sera ecc.). Questi fenomeni sono solo alcuni esempi di come la percezione dei rischi si evolva e generi comportamenti dannosi sia per chi li mette in atto sia per gli altri. Infatti, tali comportamenti hanno una rilevanza per l’intera comunità, la quale, ne paga le conseguenze, sia in modo diretto sia in modo indiretto. In modo diretto perché è la prima ad essere messa sotto accusa, e in modo indiretto perché ci si aspetta dalla comunità soluzioni e risposte concrete.

Il concetto di rischio si è evoluto in corrispondenza dei mutamenti sociali. Infatti, ad esempio, cinquanta anni fa gli adolescenti imparavano a nuotare nel fiume Arno considerandolo come un gesto di sfida molto rischioso. Oggi è proibito fare il bagno nel fiume Arno dalle autorità competenti in quanto è considerato pericoloso. Queste risposte da parte della società sui comportamenti a rischio, nascono per mettere un freno a queste situazioni in cui molti giovani rischiano la propria vita. Ovviamente la comunità non riesce a dare risposte immediate e via via che mette a punto una strategia per limitare i danni ecco che gli adolescenti hanno già trovato un altro modo per sperimentare i propri limiti. Infatti l’ultima trovata degli adolescenti è quella di scaricare o fotografare immagini violenti sul proprio telefono cellulare per provocare paura, per ricattare i compagni o sentirsi eccitati da quelle immagini. Alcuni autori (Jeammet, 1991; Jessor, 1998; Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003) sostengono che l’assumersi dei rischi è insito nello sviluppo adolescenziale, ma questo può comportare dei problemi se tali rischi sono socialmente dannosi.

Gli adolescenti e la percezione del rischio
Gli anni dell’adolescenza, se paragonati ad altri periodi della vita, sono caratterizzati da eccitazione, imprudenza e comportamenti a rischio (Arnett, 1992). Alcuni autori (Zuckerman, 1984; Arnett, 1992) considerano l’adolescenza come l’età a rischio per eccellenza in quanto essa è caratterizzata da inesperienza ed impulsività e quindi i soggetti in questa fase sono portati a rischiare di più e a non pensare alle conseguenze delle loro azioni.

L’adolescenza è definita come un periodo di transizione in cui il soggetto da una parte, si lascia alle spalle l’età infantile e dall’altra, si proietta nel mondo degli adulti. Il passaggio di cui si parla non è quasi mai lineare. In questo periodo gli adolescenti cercano un’identità, una personalità, delle caratteristiche proprie e delle spiegazioni al senso della vita. Inoltre a rendere particolarmente complessa questa fase ci sono anche i cambiamenti fisiologici del corpo che possono condurre a crisi d’identità. Agli adolescenti è richiesto di superare compiti di sviluppo, termine diffuso da Havighurst (1952), il quale esplicita che, nel caso in cui tali compiti siano portati a termine in modo costruttivo e positivo, questo conduce ad una condizione di benessere, aumento dell’autostima, sviluppo armonioso con il contesto ed infine pone le basi per il successo del superamento dei compiti di sviluppo delle fasi successive. I compiti di sviluppo riferiti all’età adolescenziale riguardano la sfera personale, la sfera socio-istituzionale, dove si richiede di fare scelte come la scuola da frequentare, il lavoro, lo sport, di affrontare il tema accettazione del sé e del raggiungimento dell’autonomia (Bonino et al., 2003).

A differenza di quelli che caratterizzano lo sviluppo del neonato-bambino, questo periodo è caratterizzato da cambiamenti coscienti, ed è considerato un periodo universale che tutti gli individui affrontano. In letteratura si considerava universale anche il modo con cui affrontarlo. Oggi questo viene messo in discussione e viene sottolineato come la cultura di appartenenza, la società, il sesso, il rapporto con i genitori e le condizioni economiche rappresentano fattori che plasmano lo sviluppo e che stanno alla base delle diverse modalità con cui viene affrontato lo sviluppo adolescenziale.

Un costrutto ritenuto importante per comprendere i meccanismi attraverso i quali le persone prendono coscienza di sé e che contribuisce attivamente a determinare le condizioni del proprio sviluppo positivo è denominato autoefficacia percepita (Bandura, 1997). L’autore sostiene che coloro i quali ottengono alti punteggi nelle scale di autoefficacia percepita sono meno soggetti alla depressione, si pongono obiettivi elevati e si impegnano nel perseguirli e mettono in atto adeguate strategie di coping per affrontare le situazioni frustranti o di stress. Alcune ricerche italiane (Barbaranelli, Regali e Pastorelli, 1998; Caparra, Scabini, Barbaranelli, Pastorelli e Regalia, 1999) hanno verificato l’importanza di tale costrutto che fa sentire l’adolescente sicuro e protetto in relazione a specifici rischi presenti nell’adolescenza. Infatti è stato osservato che alcune forme di autoefficacia percepita portano a saper gestire le proprie emozioni, a resistere alle pressioni dei pari che invitano a compiere atti di trasgressione e a sapersi relazionare con gli altri. Un altro fattore indagato è la qualità delle relazioni con i genitori, che, se risulta essere positiva rafforza l’autoefficacia percepita, così da favorire anche i rapporti prosociali (Regalia, Barbanelli, Pastorelli e). Il background familiare come, la separazione dei genitori, l’adozione e l’essere un figlio illegittimo sembrano essere dei fattori che influenzano l’assunzione dei comportamenti a rischio (Plant e Plant, 1996).

L’attuazione dei comportamenti a rischio negli adolescenti è considerata come un mezzo per affermare la propria identità, per essere rispettati e considerati dagli adulti. In particolare, Bonino (2003) sostiene che proprio per questi motivi alcuni adolescenti passano attraverso comportamenti ritenuti maturi come sostenere le proprie idee in pubblico o impegnarsi in progetti di vita, mentre altri adolescenti hanno bisogno di assumere comportamenti rischiosi per dimostrare la propria maturità. Questi comportamenti che tendono verso condotte problematiche sono attuati come mezzi per raggiungere determinati scopi, quali, sentirsi adulti ed essere accettati dal mondo degli adulti. Insieme ai fattori di rischio, gli adolescenti si ritengono capaci di auto-controllarsi, considerandosi in grado di gestire le situazioni di rischio. Questo modo di comportarsi può consolidarsi in cattive abitudini come ad esempio il bere e l’assumere cannabis, contribuendo così a distogliere l’attenzione dai reali compiti di sviluppo.

Secondo l’analisi fatta da Fischhoff (1992), l’evoluzione dell’atteggiamento nei confronti dell’assumere rischi può essere attenuata dall’accrescimento della capacità, della conoscenza e dell’abilità. La conoscenza sembra avere una rilevanza predittiva, per quanto riguarda l’abilità di riconoscere meglio i rischi ed è soggetta a modificazioni nel corso della crescita degli individui, consentendo di affrontare le situazioni problematiche in maniera più efficace. Infatti l’accumulo di pratiche favorisce indirettamente un comportamento più controllato poiché consente il recupero o la costruzione di un numero di opzioni rilevanti da valutare. La valutazione di ciò che accadrà sarà fatta in base al complesso sistema di valori dell’individuo stesso, sistema che diventa più ampio e articolato con la maturazione.

Quanto espresso sopra, sembra una conseguenza del fatto che la somma delle conoscenze acquisite con le esperienze porta ad avere una visione sempre più ampia delle situazioni. In realtà, da ricerche empiriche (Gullone, Moore, Moss e Boyd, 2000), si è evinto che gli adolescenti tra i 15 e i 18 anni sono coloro che più assumono comportamenti a rischio e che hanno una percezione del rischio bassa rispetta agli adolescenti tra i 11 e i 14 anni.

I fattori che influenzano la percezione del rischio in adolescenza
Un’importante teoria sulla motivazione che spinge gli adolescenti a sviluppare comportamenti a rischio è conosciuta come la Teoria dei Comportamenti Problematici ( Problem Behaviour Theory ) di Jessor e Jessor (1977). Essa sostiene che, i fattori motivazionali dello sviluppo e i fattori sociopsicologici contribuiscono alla formazione dei comportamenti a rischio. Quindi la personalità, le convinzioni e i comportamenti che ricevono l’approvazione di altre persone si ritengono determinanti nell’influire sulla percezione del rischio. In questa teoria si sostiene che gli adolescenti sviluppino condotte pericolose e rischiose con maggior frequenza rispetto a soggetti appartenenti ad altre fasce di età proprio al fine di dimostrare che sono adulti. Ciò fa supporre la presenza di una sindrome, ovvero una costellazione di comportamenti per lo più messi in atto congiuntamente. Ad esempio, la guida rischiosa è spesso associata ad altre manifestazioni rischiose come l’uso di alcool. Biglan et al. (1990) esplicitano che durante l’adolescenza i comportamenti problematici tendono ad essere tra loro interrelati. I risultati della loro ricerca evidenziano che gli adolescenti assumono comportamenti sessuali molto rischiosi più frequentemente quanto più assumono comportamenti antisociali come il consumo di droga e l’abuso di alcool. Lo stesso Jessor (1977) ha rilevato correlazioni positive tra l’uso di droga e il consumo eccessivo di alcool, l'abitudine al fumo e i rapporti sessuali non protetti.

Un fattore che influenza la percezione del rischio degli adolescenti, è che in generale essi ritengono di essere immuni dal subire le conseguenze da fonti di rischio. Questo fattore è definito anche come ottimismo ingiustificato (Slovic, Fischhoff e Lichtenstein, 1980; Weinstein, 1988). Nella percezione del rischio, gli adolescenti, come gli individui in generale, non sono giudici accurati dei rischi in cui s’imbattono. La tendenza è quella di pensare di essere relativamente invulnerabili e di supporre che solo gli altri siano esposti alle conseguenze indesiderate dell’esperienza negativa. In letteratura si danno sei possibili cause di questo fenomeno:

  1. Controllo percepito: l’ottimismo tende ad amplificarsi per quei rischi che vengono ritenuti sotto il controllo personale del soggetto.
  2. Bias egocentrico: le persone tendono generalmente a focalizzare l’attenzione sulle proprie pratiche volte a ridurre i rischi, dimenticando le azioni personali o le circostanze che aumentano i rischi.
  3. Esperienza personale pregressa: l’assenza di esperienza personale aumenta l’ottimismo irrealistico.
  4. Giudizio prototipico: inteso come principio organizzativo su cui si basa la conoscenza delle persone. Il giudizio prototipico che si ha nei confronti di categorie particolari di persone come ad esempio, un malato terminale, crea un immagine non congruente con l’immagine di sé; molti individui tenderanno a concludere che quel rischio si applicherà in misura minore a sé stessi.
  5. Mantenimento dell’autostima: le persone tendono a ritenere che le proprie azioni, lo stile di vita e la personalità siano migliori rispetto a quello dei loro pari.
  6. Strategie di coping: in certe condizione di stress elevato la negazione è la risposta più usata per proteggersi contro l’ansia.
Ogni adolescente è convinto di essere meno a rischio di un coetaneo nella stessa situazione come dimostrano gli studi riguardanti la guida in stato di ubriachezza (Arnett, 1990), la guida in generale (Finn e Bragg, 1986), i rischi sessuali (Kalmuss, 1986) e l’uso di bevande alcoliche (Hansen, Raynor e Wolkenstein, 1991).

Sul valore funzionale o dannoso di tali credenze ottimistiche vi sono accesi dibattiti in campo teorico. Alcuni autori (Jeammet, 1991; Lapsley, 1993; Nightingale e Fischhoff, 2002) giustificano la funzione di autorafforzamento e accrescimento a tutela di sé e valutano positivamente la promozione del benessere. Il timore è che l’ottimismo irrealistico possa indurre a sottostimare la vulnerabilità personale, riducendo la motivazione ad adottare precauzioni per proteggere la propria salute (Janz e Becker, 1984).L’invulnerabilità percepita dagli adolescenti, è stata anche definita da Elkind (1967) come la fiaba personale. La costruzione della fiaba personale in adolescenza deriva, sia dal sentimento di invulnerabilità, sia dall’egocentrismo, definito come la tendenza a proporre se stesso al centro di ogni evento, inoltre, è un sentimento che fa sentire gli adolescenti come unici, al centro dell’attenzione, immortali e onnipotenti. Questi sentimenti contribuiscono alla realizzazione di un’immagine mentale alquanto fiabesca. Questa teoria suggerisce che tale inclinazione può essere sia positiva e produttiva, sia negativa e potenzialmente dannosa. Questo perché può stimolare gli adolescenti a mirare a obiettivi eccezionali, che in effetti da alcuni possono essere raggiunti. Inoltre Lapsley (1993) suggerisce, come tale sentimento contribuisca alla formazione del coping, definito come la gamma di comportamenti di cui una persona dispone per affrontare i problemi. Inoltre, il sentirsi vulnerabili (Nightingale e Fischhoff, 2002) può portare gli adolescenti in uno stato dannoso, sia fisico sia psicologico, che potrebbe impedire loro di fare scelte, di mettersi alla prova, lasciandoli con la paura di provare. La percezione di vulnerabilità viene definita come la credenza di essere personalmente vulnerabile nei confronti di determinate minacce alla salute (Rogers, 1975). La fiaba personale può motivare le persone a ignorare precauzioni ragionevoli in situazione di esposizione a rischi certi. Anche se un particolare rischio viene riconosciuto tale, gli adolescenti sono comprensibilmente inclini a soppesare le personali possibilità di subirne le conseguenze negative. La maggior parte degli adolescenti conclude che correre i rischi sia accettabile. Quando avvengono delle tragedie agli altri essi razionalizzano per rafforzare le convinzioni che una cosa simile non capiterà mai a loro.

Il processo di razionalizzazione degli eventi consiste nell’attribuire una spiegazione logica a ciò che accade . Ad esempio chi supera un rischio attribuisce ciò alla bravura personale, al coraggio e all’abilità. Se il rischio ha come risultato una delusione o finisce in tragedia, il fatto verrà spesso ascritto dal protagonista alla sfortuna o a fattori esterni, mentre altri ricondurranno tali incidenti e fallimenti a incompetenze, scarsa capacità di giudizio e ad altri difetti personali.

Da un punto di vista sociale il fattore più interessante riguarda il ruolo dei pari nel favorire l’assunzione di rischi. In una ricerca fatta da Jessor e Jessor (1977), su un campione di giovani, risulta che i soggetti coinvolti in attività ad alto rischio sono rinforzati nel loro comportamento da quello analogo di amici, tanto che hanno la percezione di avere un numero di amici più alto di quello effettivo anch’essi coinvolti in questi comportamenti rischiosi. Altri studi hanno evidenziato che l’adolescenza è il periodo in cui l’individuo è maggiormente soggetto all’influenza del gruppo dei coetanei (Clasen e Brown, 1985; Savadori e Rumiati, 1996). La tendenza ad uniformarsi al gruppo, quindi a subirne l’influenza, è stata ampiamente spiegata in ambito della psicologia sociale. Il conformismo è un fenomeno riscontrato in vari esperimenti pionieristici condotti dai maggiori esponenti della psicologia sociale (Festinger, 1954; Lewin, 1948; Sherif, 1936). La teoria del confronto sociale di Festinger (1954) postula il bisogno degli individui di confrontare capacità e credenze con gli altri in mancanza di criteri oggettivi, e questo viene fatto all’interno del gruppo di appartenenza dove si ipotizzano similitudini di comportamento. Egli sottolinea che i confronti con i membri appartenenti ad altri gruppi vengono fatti solo a livello di fantasia. Altri studi (Brown e Middendorf, 1996) evidenziano come i confronti sociali siano predominanti nella fanciullezza, nell’adolescenza e nell’età matura. Infatti si è constatato che i gruppi spontanei di adolescenti sviluppano delle sotto regole e se si vuole essere accettati del gruppo si devono rispettare le norme e sottoporsi a determinati comportamenti. Possedere un motorino e riuscire ad andarci con una ruota può essere agito al fine di comportarsi in sintonia con le norme del gruppo. La funzione che sta a tale agire è l’essere accettati, riconosciuti importanti e l’essere ammirati, sia dai pari, sia dagli adulti. L’età adolescenziale è il periodo in cui si ha, generalmente, la prima crisi d’identità e sentirsi parte di un gruppo è di notevole importanza per la condivisione dei dubbi e problemi che affliggono gli adolescenti.

Anche la ricerca di sensazioni forti influenza la percezione del rischio definito come la continua ricerca di novità e stimolazioni sensoriali intense (Zuckerman, Eysenck e Eysenck, 1978). La Sensation Seeking Scale (SSS) è la scala che valuta il desiderio degli adolescenti di vivere sensazioni forti ed eccitanti fini a se stesse. Coloro che ottengono punteggi alti in questa scala sono in genere i più giovani (14-16 anni) e si è, inoltre, evinto che tali punteggi tendono a diminuire in corrispondenza con l’età. Farley (1981) ha applicato il termine personalità di tipo T a coloro che sembrano aver bisogno di stimolazioni e assunzione del rischio costanti

Anche la curiosità, tipica negli adolescenti, è chiamata in causa come fattore che influenzata la propensione verso il rischio (Plant e Plant, 1996). La curiosità può essere accentuata da fattori sociali e culturali tra cui, la pressione dei pari e la grande risonanza data dai mass media a problematiche, come ad esempio, quelle relative alla droga.

Come ultimo fattore di riferimento, sembra che gli adolescenti che ascoltano un tipo di musica dalla quale traggono forti emozioni, come hard rock e heavy metal, siano coloro che assumono una varietà maggiore di comportamenti a rischio rispetto a coloro che ascoltano musica classica o musica leggera (Kendall, Dimsdale, East e Friedman, 1998).

Le funzioni dei comportamenti a rischio negli adolescenti
Jessor (1998) definisce comportamenti a rischio quei comportamenti che possono, in modo diretto o indiretto, compromettere lo stato di salute e lo stile di vita. Lo stato di salute si definisce come la stato di assenza di malattia e come uno stato soggettivo di benessere psicologico e sociale oltre che fisico, che possa permettere un adeguato svolgimento dei compiti di sviluppo. Quindi la salute è qualcosa di più della semplice assenza di malattia. I comportamenti a rischio, conclude l’autore, possono essere considerati come fattori di rischio per la personalità e la società. Savadori (1996), in modo simile, definisce comportamenti rischiosi come quell’insieme di attività che possono avere effetti letali o negativi sulla salute degli individui, come ad esempio, bere, fumare, avere rapporti sessuali non protetti.

Prima di esporre le varie interpretazioni delle funzioni dei comportamenti a rischio, è importante sottolineare due aspetti (Bonino et al., 2003). Il primo è che i processi cognitivi di valutazione sono condizionati dai sistemi simbolici dalla propria cultura e svolgono un ruolo centrale nel guidare l’azione degli adolescenti e nel dare senso alle esperienze emotive ed affettive. Ad esempio, la maturazione sessuale può assumere significati diversi a seconda della storia personale ed in particolare ai valori ed alle aspettative del contesto culturale. Il secondo è che il rischio viene inteso con un’accezione di tipo multifattoriale in quanto esso è influenzato da molti fattori.

Jeammet (1991) sottolinea come la stessa fase adolescenziale potrebbe costituire di per sé un rischio, mettendone in evidenza la dimensione di crisi evolutiva corrispondente ad un’esigenza di cambiamento puberale, psichico e psicosociale. Bisogna quindi sottolineare come i comportamenti a rischio assolvono spesso, in questa età, funzioni ben precise, sebbene siano dannosi dal punto di vista fisico, psichico e sociale. Tali comportamenti sembrano fornire all’adolescente una via di uscita alle insicurezze e alle incertezze sperimentate in questa fase della vita. Per quanto pericolosi per sé e per gli altri, essi potrebbero venire ricercati perché permettono di raggiungere, in fretta e in modo solo apparente, alcuni obiettivi che sono molto importanti per gli adolescenti, quali ad esempio l’affermazione della propria identità. Molti ragazzi, secondo Bonino et al. (2003) riescono a raggiungere questi scopi attraverso strade adattive, assumendo comportamenti volti alla salute senza mettere in pericolo il loro benessere fisico, psicologico e sociale. Essi sono in grado, così, di gestire le ansie e i problemi della discontinuità senza distruggere il loro senso di unità interiore. Altri adolescenti, invece, non trovano altro modo per realizzare questi obiettivi se non attraverso l’assunzione di quelli che sono stati definiti come comportamenti a rischio.

Jack (1989) inoltre osserva come l’assunzione dei rischi e la sperimentazione durante l’adolescenza siano considerati comportamenti normali perché aiutano a raggiungere un’indipendenza, un’identità e una maturità. Irwin e Millstein (1986) sostengono che l’assunzione dei rischi nella media e tarda adolescenza serva a completare l’esigenze dello sviluppo legato all’autonomia e alla necessità di padronanza.

Zuckerman (1984) sostiene che l’assunzione del rischio sia una caratteristica intrinseca in adolescenza. L’impulsività e la ricerca di sensazioni nuove sono considerate normali e formative, piuttosto che devianti e pericolose, in quanto contribuiscono alla formazione di un sano ed equilibrato sviluppo adolescenziale (Chassin, Presson e Sherman, 1989; Silbereisen e Noach, 1988). La ricerca di nuove attività e la pratica nel prendere iniziative sono considerate caratteristiche intrinseche in questa fase di maturazione. La valutazione è soggettiva e, la scelta di assumere rischi minori, è in relazione all’influenza di molteplici variabili. La necessità di padronanza è frequentemente soddisfatta dalla sperimentazione, che spesso implica la valutazione dei limiti e l’assunzione di rischi. Quindi l’assunzione dei rischi è un comportamento transitorio, normale durante l’adolescenza.

Assunzione dei rischiArnett (1992) definisce l’assunzione dei rischi come quelli che caratterizzano un calcolo economico, nel quale si stabiliscono i costi e i benefici in seguito all’assunzione di determinati comportamenti. Secondo tale autore gli adolescenti sono coscienti dei rischi che corrono assumendo comportamenti rischiosi, ma tali comportamenti vengono minimizzati dagli stessi adolescenti, probabilmente allo scopo di raggiungere sicurezze o certezze personali.

Moore e Gullone (1996) definiscono l’assunzione del rischio degli adolescenti come comportamenti che includono potenziali conseguenze negative (perdita) ma esse sono equilibrate in qualche modo dalla percezione di conseguenze positive (guadagno). Se le conseguenze positive hanno maggior peso di quelle negative, il comportamento non è percepito come rischioso mentre, quando le conseguenze negative hanno maggior peso di quelle positive, il comportamento è riconosciuto essere estremamente rischioso. In questo modo il livello della percezione del rischio potrebbe essere determinato dall’equilibrio di questi due tipi di conseguenze. La definizione di Arnett (1992) serve ulteriormente a perfezionare quella di Gullone e Moore, (1996) perché attesta l’importanza delle conseguenza (calcolo economico) in aggiunta alla percezione di negatività contro quella di positività. All’interno di questa definizione, i comportamenti estremamente rischiosi sono quelli per cui la probabilità di un evento con conseguenze negative ha maggior peso delle potenziali conseguenze positive e la percezione della gravità o della negatività di tali conseguenze è estremamente forte o violenta.

Anche Jessor (1998) sottolinea che nell’assumere comportamenti a rischio ci siano implicazioni sia positive sia negative e che essa richieda una verifica dei suoi costi e dei suoi benefici.

La definizione di Moore e Gullone (1996) sottolinea come le persone, e in questo caso gli adolescenti, decidono di assumere i rischi, e intende spiegare attraverso quale meccanismo passi l’elaborazione della decisione, ma non indica cosa può essere definito rischioso. Infatti gli autori stabiliscono che, in questo caso, solo gli adolescenti sono in grado di valutare cosa sia per loro rischioso. Tale valutazione dovrebbe essere presentata così come gli individui o i gruppi la percepiscono.

In letteratura le definizioni e concettualizzazioni dell’assunzione dei rischi risultano essere molto diverse tra loro (Gullone et al., 2000). Riguardo agli strumenti di indagine, in genere, i ricercatori selezionano un numero limitato di comportamenti a rischio da sottoporre alla valutazione degli adolescenti, e su di essi studiano le varie correlazioni tra la stima del rischio e la frequenza. In questo modo poco si conosce sulla struttura dei comportamenti di assunzione del rischio secondo gli adolescenti (Gullone et al., 2000).

Concludendo, secondo Gullone et al. (2000), non c’è un questionario che sia valido e che misuri l’assunzione dei rischi in riferimento a ciò che gli adolescenti considerano rischioso.

Dalle riflessioni emerse tra ciò che viene definito come assunzione dei rischi e come percezione dei rischi, si può concludere che tra i due termini esista una relazione e che questa relazione possa essere di due tipi. La prima relazione consiste nel sostenere che più si ha la percezione di non incorrere in particolari rischi e più si è disposti ad assumere quel rischio e viceversa. La seconda relazione è che, anche se si percepisce il rischio come tale si è comunque disposti ad assumerlo in quanto se ne ricaverà un guadagno. È proprio da quest’ultima relazione che psicologi dell’età evolutiva e psicologi sociali si interrogano del perché alcuni adolescenti siano disposti a rischiare, a volte mettendo in gioco la propria vita, a volte mettendo in gioco la vita altrui. In particolare nella definizione di Gullone e Moore (1996) sembra che gli adolescenti realizzino una riflessione accurata quando devono assumere dei rischi. In realtà ciò avviene solo per alcuni adolescenti, e si riconosce un ruolo importante nella vita dell’adolescente nell’assumere dei rischi (Zuckerman, 1984; Irwin e Millstein, 1986; Silbereisen e Noach, 1988; Chassin, 1989; Jack, 1989).

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