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Home --> Rubriche --> Interviste --> Intervista alla Prof.ssa Patrizia Adami Rook

a cura di Barbara Jacobucci, argomento: Psicoterapia

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Dottoressa Adami Rook, ci vuole raccontare la sua storia professionale?
Sì... la mia storia professionale è iniziata all'età di quindici anni... Leggendo un libro di un certo Bonaventura, che si chiamava Psicoanalisi, decisi che io avrei fatto la psicoanalista... ebbi questa rivelazione! Sennonché a quei tempi fare la psicoanalista... non avevo la minima idea di come si potesse fare, comunque vagheggiavo questo. La mia storia di studi prese tutt'altra via, anche perché allora non esisteva niente che potesse in qualche modo rappresentarmi la psicoanalisi; avrei dovuto laurearmi probabilmente in medicina, ma io neanche lo sapevo. Ho fatto il liceo classico, poi mi sono laureata in lettere antiche e poi... ho cominciato a pensare... e ora?

Mentre pensavo ho iniziato a lavorare insegnando lettere... Per cinque anni, e in questi anni, un po' perché sono successe cose abbastanza dure, difficili, dei lutti gravi, situazioni pesanti in famiglia (nel frattempo mi ero sposata e avevo messo al mondo i miei primi due figli, una femmina che ora fa la giornalista e un maschio che fa l'avvocato), un po' perché io continuavo sempre a pensare di voler fare la psicoanalista... dietro consiglio di un amico, che era in analisi per fatti suoi e che mi disse: "prova a parlare con qualcuno, perché non vai in analisi?" e mi dette il nome di un'analista junghiana, una psicologa analitica... entrai in analisi.

Fu un'esperienza molto interessante, importante e anche traumatizzante... in quanto la mia intenzione a quell'analista, io gliela palesai chiaramente, senza mezzi termini... e lei frustrò subito e molto ogni mia ambizione, desiderio e sogno professionale, interpretando il tutto come velleitario, copertura di altri problemi ecc. Sono rimasta da lei un anno... e poi, visto che era molto insistente nell'interpretare in un certo modo la cosa che mi stava a cuore e che per lei significava solo che avevo dei problemi personali irrisolti, me ne andai... Ora, i problemi personali irrisolti, io ritenevo di averceli, ma che questo non doveva minare il fatto che le mie intenzioni erano intenzioni serie, quelle di fare appunto la psicoanalista, intesa nel senso che poi prenderà, almeno per me, di psicoterapeuta.

Arrivammo a uno scontro... io, come ho già detto, ero già sposata a quel tempo, ero molto molto giovane (mi sono sposata a 19 anni) avevo già due bambini, e nel frattempo mi ero laureata, insomma, nonostante la giovane età avevo maturato una ragguardevole esperienza di vita e quando ci fu lo scontro, in cui lei mi disse: "cara signora ma lei che cosa si crede?" e io le risposi, "cara signorina che cosa si crede lei?!". Chiudemmo, per lo meno in un primo momento... poi ci ritornai per un altro annetto dopo un po' e poi per farla breve... ho avuto altre esperienze analitiche lunghe formative: sono stata in analisi con Gaddini, freudiano, poi... Donadio, psicologo analitico e gestaltista... poi Carotenuto, psicologo analitico junghiano... facendo quindi esperienze anche molto molto diverse in quanto a modelli di riferimento.

In quanto alla mia decisa intenzione di fare la psicologa (allora non si facevano tutte quelle distinzioni poi tanto dibattute tra psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista... ) espressa, prima a Donadio e poi a Carotenuto, questa fu ampiamente accolta, e quindi diventai un paziente allievo, anzi una paziente allieva...

Maturai a poco a poco l'idea, facendo queste esperienze molto diverse, che insomma ... la psicoterapia (ancora eravamo a chiamarla analisi e non psicoterapia), si basava fondamentalmente, al di là dei modelli di riferimento (che allora erano in numero assai inferire a quelli di oggi) su quello che succedeva tra - sottolineo il tra - terapeuta e paziente... e che quello che contava era il tipo di atto comunicativo che si svolgeva ai vari livelli della loro comunicazione: logico-analogico, conscio-inconscio, cognitivo-emotivo, e cominciai a maturare l'idea che un giorno, quando a mia volta avrei fatto l'analista, o psicoterapeuta che dir si voglia, avrei perseguito appunto un modello che tenesse conto di quello che collegava tra di loro un po' tutti i modelli più significativi, riformulabili secondo me, come modelli di comunicazione terapeutica. Dunque l'idea della comparazione tra i modelli, nasce dalla mia stessa esperienza, dal fatto di avere lavorato con professionisti che seguivano e ufficialmente rappresentavano modelli diversi. Per un certo numero di anni, io appunto, ho lavorato con i gestaltisti, con i freudiani e con gli psicologi analitici junghiani, studiato a fondo il cognitivismo: Beck, Semerari, Reda, Ellis... .la pragmatica della comunicazione umana di Watzlawich, il movimento integrazionista di Wachtel, Schwartz, Beckham

Ha nominato varie persone: può dirci chi considera i suoi maestri?
Ecco, appunto non ho un maestro... posso considerare vari maestri, al plurale, quelli che ho nominato, che però essendo al plurale hanno il vantaggio di non essere nessuno "il" maestro. Per cui non ho avuto bisogno di "uccidere" nessun maestro per diventare a mia volta maestra.

Il suo lavoro, come è iniziato, ci ha delineato il percorso per poi…
Beh, è iniziato contemporaneamente alla formazione, come sostanzialmente per tutti quelli che oggi sono psicologi, iscritti al primo albo degli psicologi, nonché psicoterapeuti ma che hanno avuto un iter che certamente è diverso, vorrei dire all'incontrario di quello che poi è stato istituito per legge. Noi tutti della vecchia classe abbiamo fatto l'iter inverso: psicoanalisi, psicoterapia, psicologia. Poi è venuta la legge, che pretendeva - giustamente o no, questo è un altro discorso - ma che pretendeva che per esercitare la psicoterapia si dovesse essere iscritti all'albo degli psicologi. Io ci avevo pensato molto prima, perché fiutando come sarebbero andate le cose, decisi molto presto di iscrivermi a psicologia a Roma e di prendere la seconda laurea (nel frattempo avevo avuto il terzo figlio che ora è laureato in Scienze dell'Educazione). Pensai allora che sarebbe stato opportuno, e infatti così fu.

Quando poi nel'89 venne la legge, io non ebbi assolutamente nessun problema perché ero già laureata anche in psicologia, avevo lavorato all'Università a Pisa, insegnando alla Scuola Superiore di Servizio Sociale, psicologia evolutiva, psicologia dello sviluppo, ero componente privato in corte d'Appello, appunto come psicologo, avevo già pubblicato alcuni libri, uno sul sogno intitolato "Il calcolo del desiderio", uno sulla psicologia femminile intitolato: "Le due femminilità". Quindi non ebbi nessun problema ad entrare subito sia nell'albo degli psicologi che nell'elenco degli psicoterapeuti. Diventai anche, con le prime elezioni degli Ordini, consigliere nell'Ordine degli Psicologi della Toscana. Ma questa è tutta un'altra storia... .

Cosa le dà maggior soddisfazione nella sua professione?
Cosa mi dà maggior soddisfazione?... Beh... riflettere su quello che succeda in seduta, su quello che avviene in psicoterapia tra terapeuta e paziente, provare a trarne una teoria... e poi sperimentare detta teoria all'interno della prassi terapeutica. Questo tipo di lavoro intellettuale mi dà molta soddisfazione, anzi è la mia passione.

Parlando di teorie, quali sono le letture che considera fondanti nel suo percorso… a parte Bonaventura?
A parte Psicoanalisi... che poi non ho mai più rivisto, chissà dov'è finito quel libretto dei primi del novecento, una cosa abbastanza ridicola... credo se la rileggessi ora... A parte però questa lettura, rivelatasi per me fatale... beh... certamente i libri fondamentali, furono i più classici... quelli di Freud sicuramente... L'interpretazione dei sogni... Freud l'ho letto più o meno tutto e molto ho studiato in particolare... Di Jung, I simboli della trasformazione sono stati per me molto importanti... oltre che la rilettura di certi filosofi legati ai miei trascorsi di lettere antiche - Kant soprattutto. Il primo che pone l'esperienza come unico tramite, per noi altri esseri umani, tra mondo interno e mondo esterno, limitatissimo e al tempo stesso illimitato strumento di conoscenza, di quello che resta comunque inconoscibile, il noumenon, la cosa in sé, l'oggetto... Nel mio secondo percorso invece accademico, stranamente mi sono molto appassionata di neuropsicologia, e quindi, proprio perché io sono sempre curiosa... sempre alla ricerca dei collegamenti, dei nessi che si possono trovare tra sfere di ricerca, che si presentano come diverse, a volte come opposte, l'affascinante famigerata dicotomia tra mente e corpo, res cogitans e res extensa, quindi quello che poteva unire la psicologia alla neurologia mi interessava e mi interessa molto. Per anni, mi sono trovata a tenere il volume di neuropsicologia di Gaetano Benedetti, come se fosse una specie di breviario... Me lo assaporavo, lo consultavo in continuazione.

Ci ha parlato di varie cose di cui si è occupata. Attualmente di cosa si occupa in particolare?
Ho fondato la Scuola di Psicoterapia Comparata (nel frattempo mi ero separata dal mio primo marito e riconiugata con Rolando Ciofi con il quale ho concepito altri due figli un maschio che ora va in terza media e... il Mo.P.I., Movimento Psicologi Indipendenti), che naturalmente ricalca tutto il mio percorso mentale di ricerca.

Forse ho sempre pensato che è stata una autoterapia questa, avendo fatto esperienze così diverse, così apparentemente, dico io, diverse, dalla Gestalt alla psicologia analitica, da Jung alla psicoanalisi freudiana... .Ho sempre pensato che forse per non impazzire, dovevo trovare e comparare i collegamenti tra teorie che si presentavano non di rado in guerra tra loro, ma che avevano tutte in comune di costituire modelli di terapia operanti, come disse Freud, con mezzi psichici anzichè fisici.

E quindi formare a mia volta una scuola che si chiamasse comparata.

E quando è stata fondata questa scuola?
Mah... circa nell'80-81, prima fondata in termini abbastanza informali, facevamo seminari tra di noi, con alcuni stretti colleghi con cui si discutevano via via temi che riguardavano proprio la possibilità di comparazione e di rilevamento di elementi che individuavamo come comuni, e quindi fondanti la psicoterapia al di là di questa o quella psicoterapia, e questo lo abbiamo fatto sistematicamente, io e alcuni stretti colleghi, alcuni dei quali sono diventati soci fondatori della scuola. Poi l'abbiamo formalizzata, con tanto di statuto eccetera, appunto nel 1981.

E riguardo a questi colleghi, quali sono stati poi i soci fondatori della Scuola?
Dunque, quando la formalizzammo eravamo in quattro, cinque, tra cui Rolando Ciofi e Marco Giannini oltre che io, poi rimanemmo noi tre. Poi si è aggiunto, ma informalmente, in un certo senso per cooptazione, Mario Ajazzi Mancini, psicoanalista lacaniano.

E le finalità della Scuola sono di proporre un modello compart?
Finalità della scuola, come scuola di formazione in psicoterapia, sì... ha le finalità di tutte le scuole di formazione in psicoterapia con questo particolare tipo di modello, che non vorrebbe nemmeno essere un modello vero e proprio, per lo meno non un modello chiuso... vuole essere... una ricerca sistematica, sia nella teoria che nella prassi, degli elementi fondanti la psicoterapia, e quindi porsi come tale.

Diamo molto risalto al lavoro sul transfert, e questo preso proprio dalla psicoanalisi, dalle psicologie analitiche, ma riteniamo che il concetto di transfert sia oggi riformulabile come quel livello della comunicazione umana che si definisce analogico-relazionale.

Partiamo dal presupposto che la persona umana si comporta per quello che pensa e pensa per quello che prova, ovvero sulla base di come le esperienze emotive della sua vita hanno strutturato e continuano a strutturare il suo modo di pensare. Sistema emotivo, comportamentale e cognitivo sono collegati tra di loro in modo del tutto circolare, quindi qualsiasi intervento su una sfera, ha inevitabilmente delle ripercussioni su quell'altra. E allora noi cerchiamo, nell'atto terapeutico che, ripeto, si risolve sempre in un atto comunicativo tra persone, di guardare a quello che succede nel paziente rispetto a tutti e tre i suoi sistemi di relazione col mondo, il comportamento, l'emotività, il sistema ideativo, cognitivo.

Prima di approfondire questo modello teorico, se ci può dire ancora quali difficoltà avete incontrato come scuola, per fondarla, per mandarla avanti...
A livello concreto, quello di mandarla avanti, le difficoltà sono state soltanto quelle economiche, perché era difficile e oneroso appunto. Una scuola poi è un'impresa come tutte le altre, quindi bisogna proporsi, vendere un prodotto, che se anche è un prodotto culturale, è un prodotto come tutti gli altri, quindi riuscire a farsi conoscere, a farsi capire, a convincere... e sostanzialmente mantenersi e svilupparsi. Abbiamo avuto momenti molto difficili, dal punto di vista economico, poi altri di ripresa, anche in conseguenza di questa convinzione, in quanto al modello, di dovere essere particolarmente aperti allo scambio, alla conoscenza, al confronto con tutte le possibili esperienze che riguardavano l'ambito psicoterapico e psicologico, cosicché ci siamo aperti molto presto ad altre attività, al di là della formazione specifica in psicoterapia, attività che ci hanno permesso di tirare avanti anche bene, di crescere nonostante il blocco dei riconoscimenti delle scuole di formazione in psicoterapia, blocco durato cinque anni. Perché anche se noi, formazione in psicoterapia non abbiamo mai smesso di farla, nonostante tutto, certamente da un punto di vista reddituale non ha costituito per vario tempo l' attività più importante.

Quindi, al di là del corso di formazione in psicoterapia oggi riconosciuto dallo Stato, abbiamo corsi di ogni genere, riconosciuti e no dalla Regione, corsi per mediatori familiari, di counseling, corsi per operatori socio-culturali, di Gestalt, che è diventata il fulcro del lavoro di gruppo che abbiamo sempre mantenuta.

Noi riteniamo come politica professionale, che psicologi e psicoterapeuti, debbano formare anche altre figure professionali, che non saranno né psicologi, né psicoterapeuti, ma che riteniamo possano meglio svolgere la loro professione avendo competenze psicologiche, competenze anche mutuate dalla psicoterapia stessa. Per esempio gli insegnanti, gli educatori, tutti quelli che hanno relazioni, che lavorano con la relazione e attraverso la relazione, al di là del fatto che non debbano definirsi e non debbano operare come psicoterapeuti o come psicologi, hanno bisogno, per operare nel loro ambito, proprio di competenze psicologiche, che gli debbano essere fornite - da chi? - se non da noi che siamo psicologi e psicoterapeuti?

Per tornare al modello teorico: come definirebbe la psicoterapia?
Beh, sto anche scrivendo su questo. Il titolo è Scienze, psicoterapia e chiacchiere, il libro dovrà uscire la prossima primavera, è difficile riassumere, comunque, proprio per cercare di riassumere penso che il tutto risalga al momento in cui Freud decise di annunciare, al suo mondo, di avere fatto una grande scoperta, e che questa scoperta consisteva nel fatto che una certa malattia, che si chiamava isteria, avesse come base delle esperienze traumatiche che poi lui individuò come quelle sessuali, esperienze sessuali precoci, ecc. ecc.

Allora non è tanto il fatto se si dovesse trattare di esperienze sessuali o di altro tipo di esperienze, quello che è importante è che, in questo modo, Freud sostituì come eziologia della malattia, la genetica con... l'esperienza. Annunciò che l'esperienza poteva fare ammalare, che altra esperienza, nella fattispecie quella psicoanalitica, poteva curare.

Se l'esperienza può fare ammalare, si può presumere legittimamente che l'esperienza possa curare, e che la psicoterapia si costituisca come un'esperienza curativa che si svolge attraverso l'interazione fra soggetti, uno dei quali è lo psicoterapeuta, soggetto che per curare non si serve di oggetti fisici, farmaci o altro, ma psichici, ovverosia il sue stesso relazionarsi secondo specifiche modalità col paziente. Da una parte c'è il paziente, dall'altra c'è lo psicoterapeuta, interagiscono e comunicano tra di loro, si scambiano informazioni (uno parla di sé all'altro, cerca di farsi comprendere, l'altro ascolta, risponde, cerca di farsi comprendere) sui due livelli in cui si svolge la comunicazione umana, quello logico razionale, fatto di contenuti, e quello transferale, fatto di messaggi, non verbali, impliciti, emozionali ecc. e quindi tutto si esaurisce, come atto psicoterapico, all'interno di un atto comunicativo. I due comunicanti, non comunicano tra di loro su qualche cosa di concreto che si pone al di fuori della loro stessa comunicazione, come potrebbe essere tra paziente e medico, l'oggetto , il corpo dell'uno, la gamba rotta, la testa che duole, il farmaco da prescivere ecc. oggetto terzo rispetto ai soggetti comunicanti e garanzia per loro di oggettività.

In psicoterapia tutto si svolge, all'interno di un atto intersoggettivo, senza oggetto concreto né terzo rispetto ai comunicanti, perché l'eventuale delirio dell'uno, la sua angoscia, la sua depressione ecc. finisce per essere solo mezzo attraverso il quale comunicare, provare a farsi comprendere dall'altro che proverà a sua volta a farsi comprendere e così via...

Ha parlato un po' del processo terapeutico, ce lo potrebbe delineare meglio, delinearne le tappe, e se mi può spiegare anche che cos'è la guarigione all'interno di questo processo terapeutico?
Partiamo dal presupposto che la persona che va in psicoterapia ha un bisogno, una richiesta, una domanda, sia su un piano esplicito perché c'è l'ha, lo chiede, lo dice:"ho questo, ho bisogno di questo, desidero ottenere questo, quest'altro", sia su un piano implicito perché la domanda può non essere espressa completamente, ma implicare altre domande inespresse. Dall'altra parte deve esserci una risposta che possa soddisfare comunque quella domanda.

Il processo terapeutico è quello che succede proprio tra una domanda esplicita-implicita da una parte e la risposta che viene data dall'altra, risposta che a sua volta si svolge su vari piani... Anche il silenzio in certi casi può, o deve essere una risposta, comunque qualsiasi cosa faccia o non faccia il terapeuta, dica o non dica è sempre risposta alla domanda del paziente.

Altro presupposto, e qui mi rifaccio pari- pari all'assunto prima freudiano, poi alle teorie dell'apprendimento che ci siano state esperienze in quella persona tali da produrre dei disturbi, dei sintomi, delle sofferenze, dei comportamenti disadattivi, quindi non efficaci per quanto riguarda la vita e l'adattamento in genere di quella persona col suo esserci al mondo. E che l'esperienza terapeutica debba permettere a questo paziente di correggere, possibilmente superare i risultati negativi di quelle esperienze.

Le varie tappe? Beh io non credo che ci sia una sequenza numerica di tappe. Posso dire qualche punto fondamentale, si tratta però di punti che possono a volte svolgersi in modo consequenziale, ma che per lo più sono un po' presenti tutti insieme fin dal primo momento in cui paziente e psicoterapeuta si incontrano.

Uno è la necessità del terapeuta di individuare subito il tipo di modello relazionale che il paziente mette in atto nel rapporto stesso con il terapeuta, e che questo è assimilabile al concetto di transfert anche psicanalitico. Nel momento in cui individua il tipo di modello relazionale che il paziente mette in atto, il terapeuta, con l'aiuto del paziente stesso, ha da capire a che tipo di esperienza basilare risale questo modo di relazionarsi, individuare quali sono i tratti inadeguati, disadattivi, che disturbano, e proporsi nella sua interazione, sia verbale che non verbale, in modo tale da disconfermare certe attese negative da parte del paziente, modificare e quindi correggere, migliorare quello che in partenza il paziente dimostra di non sapere attuare, nemmeno concepire di potere attuare. Io in certi casi arrivo anche alla prescrizione comportamentale, sempre che questa emerga dalla relazione con il paziente. La prescrizione comportamentale da parte mia non viene data nei termini in cui è stata teorizzata, come una prescrizione paradossale, oppure senza che il paziente partecipi o capisca o si renda conto del perché quel tipo di sperimentazione di quel tipo di comportamento possa essere terapeutica. Quindi è sempre all'interno del processo analitico, che è anche un lungo processo diagnostico, insomma dell'analisi che viene fatta, insieme, che si può arrivare a dire al paziente: "fai questo, questo e questo, e vediamo che succede, poi se ne riparla, si analizza, si discute su quello che hai provato, su quello che hai ottenuto, anche su quello che hai sognato, se è andata bene, se è andata male, perché è andata bene? perché è andata male? Che significato ha in questo caso bene e male? Fammi capire meglio. Riesco a farmi capire?" e si va avanti.

Sempre riguardo a questa integrazione, a questo modello integrato, potrebbe dirci ancora in cosa si differenzia, in cosa si accomuna ad altri modelli, da altre scuole di specializzazione?
Io credo che nella prassi tutti quanti i modelli poi alla fin fine siano suscettibili di integrazione. Quello che noi cerchiamo di perseguire, che ci differenzia forse dagli altri modelli, è la consapevolezza di questo, la ricerca sistematica insomma sul fatto in sè... Faccio un esempio: l'assunto classico freudiano, per cui si ritiene che tutto quello che succede nel setting possa essere interpretabile da parte dell'analista come nevrosi da transfert, ovverosia come una replica, una riedizione di certe modalità, di certe esperienze appunto relazionali del passato del paziente, senza che la cosa riguardi l'attualità dell'interazione di questo con l'analista, beh... poi nella pratica non funziona, perché non è vero, perché chiaramente l'analista influenza il paziente e viceversa, perché c'è comunque un'interazione attuale che esiste, che fa parte della realtà... perché detta interazione è legata, è ovvio, anche a come il terapeuta si comporta, quello che dice, quello che non dice, e che può più o meno costellare certe immagini interiori del paziente, attivare o meno certe sue ripetizioni, riedizioni ecc.

Quindi quello che succede nell'attualità del setting è molto importante. Se il terapeuta lo sa, ne è convinto, allora non crederà di poter essere neutro, perché neutro non lo è mai, allora sarà più consapevole di cosa può essere terapeutico o cosa non può esserlo, e gestire la relazione attuale del momento, in modo tale da perseguire certi fini e certi scopi. Se invece non è convinto di questo, l'influenzamento reciproco avverrà comunque senza che il terapeuta possa consapevolmente gestire la cosa, perché tanto il suo modo di agire o non agire con il paziente, verbale e non verbale, cosa dice, come lo dice o non lo dice ecc. nel hic et nunc della situazione attuale condizionerà comunque l'andamento della relazione. Quindi cosa differenzia noi dagli altri modelli? Io credo che nella pratica tutti i modelli si equivalgano nonostante tutto, e credo che il modello perseguito da noi si differenzi forse proprio perché si basa su questa ferma convinzione, di qui la necessità di studiare, riflettere e mettere in pratica tutto quello che può essere volto a modificare nel paziente quanto al momento della sua domanda esplicita-implicita di terapia, lo tiene chiuso in un modello di comunicazione con se stesso e col mondo esterno, disadattivo e portatore di sofferenza.

Mi ha detto prima che nella scuola ci sono anche altri tipi di formazioni per cui avete una collaborazione con altre figure professionali. Quali sono i vantaggi e le difficoltà?
Questo l'ho detto anche prima, noi riteniamo che anche altre figure professionali, possono avvalersi di competenze psicologiche, perché gli insegnanti saranno tanto migliori insegnanti se sapranno gestire la relazione su una base anche di specifiche competenze psicologiche, e non soltanto cosi spontaneamente, oppure sulla base di tecniche magari imparate, ma senza aver approfondito perché certe tecniche possano funzionare meglio e certe tecniche possono funzionare peggio. Noi riteniamo che l'incontro tra lo psicologo e un'altra figura professionale sia estremamente utile a quest'ultimo per fare meglio la sua professione, e anche allo psicologo per cimentarsi con il mondo esterno, con la realtà pratica, con l'affinare le possibilità della psicologia stessa di trasformarsi in uno strumento operativo, anche là dove non si parla espressamente di psicologia.

Le difficoltà ci sono quando questo non viene capito, le difficoltà sono di tipo politico, la paura da parte degli psicologi che altri professionisti si trasformino, si improvvisino psicologi, rubino il mestiere in qualche modo, la diffidenza di questi altri nei confronti degli psicologi, il non volere sottostare, o ritenere di non avere nulla da apprendere, di non dovere accettare nessuna direttiva da parte dello psicologo... Quindi fondamentalmente le difficoltà sono psicologiche. La paura tutto sommato di confrontarsi, e la paura di apprendere gli uni dagli altri.

C’è un cliente tipo?
Per me no, io mi sono cimentata come psicoterapeuta veramente con un po' di tutto. Quello che posso dire è che andando avanti con gli anni certamente ho visto una maggiore accessibilità alla psicoterapia da parte di ceti sociali, e di persone anche per età che prima invece non incontravo. Semmai un allargamento; prima... prima, parlo di quindici, venti anni fa, il cliente tipo poteva essere ancora la persona di una certa cultura, di un certo livello sociale, che era in una certa maniera aperto all'idea di potersi "curare" attraverso l'esperienza analitica. Questo francamente adesso avviene molto meno, l'ambito dei pazienti possibili si è molto più allargato. Io ricevo richieste da persone giovanissime, o anche meno giovani, anche non giovani e di tutti i ceti sociali; ultimamente da un signore di ottant'anni, molto preoccupato dal fatto che da vari anni non riesce più, ha detto lui, a toccare una donna, e che però ha letto dei libri, tra l'altro di Gestalt, che lo hanno interessato molto, e voleva venire ad un gruppo di Gestalt, cosa magari un po' complicata da attuare. Ma insomma queste sono cose che succedono oggi; quindici anni fa, vent'anni fa no.

E quanto dura una terapia in media? E il costo di una seduta?
Dunque, il mio personale onorario da studio privato è di centoventi-centotrenta mila lire, tanto per esser chiari. La scuola ha aperto un servizio di consulenze psicologiche così dette, e anche di psicoterapia che ha anche uno scopo sociale, rivolto a giovani, a quelli che per varie ragioni non potrebbero comunque economicamente permettersi una terapia, o una mediazione familiare, e dove la tariffa fissa, massima, è sessantamila lire.

Quanto dura una terapia? Anche questo si può dire... io rispondo sempre... quando mi arriva un paziente che fa la domanda fatidica: "quanto dura, quanto durerà, per quanto ne avrò bisogno?" Io rispondo salvo eccezioni, in media un anno. In media un anno perché un anno è un tempo sufficientemente lungo per entrare in un rapporto profondo, e sufficientemente breve per non spaventare, e ho visto che poi nella pratica, i conti tornano perché entro un anno molte cose sono successe e abbastanza importanti.

La persona ne ha tratto comunque dei risultati, poi si potrà decidere se andare avanti, se approfondire, se fermarsi, se chiudere. Per cui un anno può diventare due anni, ma può anche restare un anno, però sempre sulla base di una scelta, di una decisione che viene rinegoziata insieme. Un anno, che può essere un anno e due mesi, è un tempo, io ho potuto notare giusto, per potere quanto meno decidere con convinzione se continuare o se basta così; dei risultati in un anno si ottengono.

Per tornare alla scuola, ci può dire come la scuola forma attualmente gli allievi, se è previsto un training individuale?
Noi prevediamo sì, un training individuale di molte ore, ora non so dire di preciso quante ore, ma tutto il programma comunque si può vedere in dettaglio sul sito della scuola. Non prescindo dal fatto che l'allievo debba fare questo tipo di esperienza, debba lavorare su di sè, e passare comunque da un' analisi, e da un' analisi individuale, il training individuale è tassativo.

E al di là del training individuale, come formazione?
C'è formazione di gruppo, che è molto importante. I nostri allievi hanno oltre all'analisi individuale un numero di ore, anche quello abbastanza consistente, di esperienze, di lavoro esperienziale nel gruppo, che è quello psicodinamico classico, e la Gestalt. Poi le discussioni su casi clinici e il confronto con varie modalità di approccio terapeutico presentate anche da altri colleghi con i quali organizziamo incontri periodici.

E come è cambiata questa formazione, rispetto agli inizi?
Veramente non è cambiata, forse qualche dettaglio, qualche ora in più, qualche ora in meno, qualche messa a punto, anche a seguito di quanto richiesto dalla commissione ministeriale naturalmente ci siamo calibrati a certe normative, ma questo non ha comportato nessun cambiamento sostanziale.

Quali mezzi adoperate per far circolare le vostre idee, avete una rivista?
Si, abbiamo una rivista che si chiama Simposio, rivista di psicologi e di psicoterapeuti, rivista che ora si sta trasformando in rivista telematica. Lo spirito è sempre quello dello scambio, degli incontri, di pubblicare, accogliere contributi da parte di colleghi di provenienze diverse, psicoanalitici, di altro tipo, ecc. E' anche una rivista di politica professionale, perché ci sono anche interventi e aggiornamenti sistematici riguardanti la politica della professione, che è la professione appunto di psicologo e di psicoterapeuta. Che cosa significa essere di fatto psicologo e psicoterapeuta, a quali problemi pratici, politici, deontologici lo psicologo va incontro, i suoi rapporti con le altre professioni ecc.

Quali sono gli obiettivi della Scuola sul lungo periodo?
Per quanto mi riguarda di mantenere aperto il dibattito appunto sulla psicoterapia, di lavorare per la sua diffusione per la sua qualifica, il suo funzionamento. Sostanzialmente gli obbiettivi della scuola oggi sono gli stessi obiettivi di quando la scuola è stata fondata.

Per finire, cosa consiglierebbe ad un neolaureato in psicologia che voglia fare lo psicoterapeuta?
Prima cosa, per quanto mi riguarda, cimentarsi con una analisi individuale, e comunque di iscriversi e di entrare in una scuola di psicoterapia che sia riconosciuta, perché altrimenti non potrebbe poi a termini di legge, lavorare, magari in una scuola che, come la nostra, riconosca per statuto, anche itinerari svolti in altre scuole, purchè siano individuabili i collegamenti, e si approfondiscano i punti d'incontro, infine consiglierei di guardare alla psicoterapia non già come a mero apprendimento e applicazione di tecniche (anche quelle servono naturalmente!) ma come ad una sfida sia sul piano scientifico che su quello umano.


 
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