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La memoria traumatica e il ricordo traumatico
di Giovanni Mereu

La memoria personale di ognuno di noi, i ricordi che serbiamo nel cuore, nella mente, negli oggetti che ci circondano e che riempiono le nostre stanze e le nostre case; ricordi che si manifestano vividi e reali quando indossiamo nuovamente un vecchio maglione o sentiamo per caso un odore quasi dimenticato e improvvisamente, anche solo per pochi attimi, siamo catapultati in una realtà che non c’è più, fatta di sensazioni rivissute assieme ad un certo calore emotivo, se si tratta di un ricordo piacevole, o a disagio, dolore, terrore, se si rammenta un ricordo spiacevole.

Sin da un primo esame sommario di quanto accade nella vita quotidiana si può cogliere come ciascuno di noi dia per scontata un’idea unitaria della "memoria": diciamo e pensiamo cose come “non ho mai avuto molta memoria..”, oppure “ho buona memoria, io!”. Tuttavia, se analizziamo dettagliatamente da quali osservazioni derivino queste nostre convinzioni, non possiamo non essere colpiti dalla varietà , dalla ampiezza e numerosità del tipo di contenuti in cui si incarna il nostro concetto astratto e unitario di memoria. Potremmo avere, utilizzando una schematizzazione tratta da Leone (2001):
  1. Il ricordo di una percezione molto vivida (ad esempio, per chi ha vissuto in un paesino di campagna, l’odore dei campi di grano durante la mietitura);
  2. Il ricordo di un’immagine consueta (ad esempio, il ricordo di mia nonna accanto al caminetto, con una luce al neon soffusa e una disposizione statica di oggetti e mobili, rimasta sempre uguale negli anni);
  3. Il ricordo di una prima volta (ad esempio, per un musicista, la prima esibizione davanti al grande pubblico e l’impatto emotivo dei secondi che precedono l’entrata in scena);
  4. Il ricordo di un evento specifico ( ad esempio, per un tifoso di calcio, la rete di Paolo Rossi alla finale dei mondiali del ’82);
  5. Il ricordo di un insieme di eventi che si ripetono con regolarità e che sembrano formare ai nostri occhi quasi un tutto unico (ad esempio, il ricordo dei viaggi in treno di un pendolare);
  6. Il ricordo di vasti periodi della nostra vita, spesso collegati a una particolare collocazione spaziale (ad esempio, la mia vita a Roma) o a una particolare estensione temporale, quasi sempre organizzata intorno a un obiettivo, a un problema o a un tema rilevante per la nostra vita (ad esempio, i miei anni di studio per la laurea in Psicologia);
  7. Il ricordo di una particolare atmosfera emozionale (ad esempio, l’atmosfera del Natale della mia infanzia, un ricordo molto netto ma difficilmente analizzabile o spiegabile a parole);
  8. Un ricordo che fa parte intimamente della nostra memoria autobiografica, ma che in realtà ci è stato raccontato da altri (ad esempio, il ricordo delle estati passate al mare con i miei genitori quando avevo 3 anni, da loro narratimi, e gli episodi rievocati attraverso gli album di fotografie);
  9. Un ricordo non vissuto direttamente, ma mostrato dai mezzi di comunicazione di massa (ad esempio, l’attentato alle Torri Gemelle);
  10. Il ricordo di pensieri, considerazioni, riflessioni, cioè di conoscenze astratte, che prescindono da immagini, percezioni o sensazioni perché sono il risultato di un’attività puramente mentale (come, ad esempio, il ricordo del perché la scelta della facoltà di Psicologia tra tutte le altre possibilità di formazione universitaria).
I nostri ricordi non sono statici e le esperienze recenti e passate sono costantemente processate, destrutturate e ristrutturate in accordo con le nuove esperienze, e sono influenzate dalle situazioni e dal contesto di cui sono parte, nel momento in cui stiamo richiamando alla memoria e raccontando un evento ricordato.

Ma cosa succede quando il ricordo è talmente duro e orribile da non poter essere nemmeno verbalizzato? Cosa succede quando non è possibile dargli un senso, una collocazione nel divenire del nostro passato, che giorno dopo giorno si arricchisce di qualcosa che “è stato”?

Attualmente, sono in molti ad accettare l’idea che i ricordi di avvenimenti traumatici possano essere rimossi dalla coscienza per un istinto di autoconservazione e questo stesso meccanismo di rimozione, secondo Freud, era alla base della perdita dei ricordi dei primi anni di vita (Freud, 1915). Ironicamente, numerosissimi primi ricordi sembrano riferirsi a lesioni, incidenti, ferite, contusioni, fratture, ustioni, morsi, insomma ad avvenimenti che sono traumatici nel vecchio significato della parola. E’ escluso che vengano rimossi, anzi sono proprio le prime annotazioni nella memoria autobiografica.

Dunque, ogni tentativo di capire come le persone ricordino un trauma presuppone almeno una definizione di lavoro per quanto riguarda quel che può essere definito come “esperienza traumatica”. Come Green (1990) ha puntualizzato, vi possono essere tre variabili nel modo in cui l’individuo ricorda il trauma: un evento oggettivamente definito, la personale interpretazione soggettiva del suo significato o la sua reazione emozionale ad esso.

Il processo di definizione è carico di complessità. Per cercare di dare un po’ di ordine a questa complessità di definizione, credo sia necessario introdurre un’altra definizione, quella di Disturbo Post Traumatico da Stress, secondo quanto riportato nel DSM-IV ("Diagnostic and Statistical Manual - 4th Edition", 2002) e avvalendomi di alcuni brani tratti appunto da questo, quelli più legati all’argomento in oggetto, in modo da non perdere il focus della discussione, centrato sulla dimensione psicologica del ricordo traumatico piuttosto che sul suo versante psichiatrico. “La caratteristica essenziale del Disturbo Post-traumatico da Stress è lo sviluppo di sintomi tipici che seguono l’esposizione ad un fattore traumatico estremo che implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica” propria e/o di un’altra persona; “o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate “La risposta della persona all’evento deve comprendere paura intensa, il sentirsi inerme o il provare orrore (oppure, nei bambini, la risposta deve comprendere comportamento disorganizzato o agitazione). I sintomi caratteristici che risultano dall’esposizione ad un trauma estremo includono il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, l’ottundimento della reattività generale e sintomi costanti di aumento dell’arousal”. “Per i bambini, gli eventi traumatici dal punto di vista sessuale possono includere le esperienze sessuali inappropriate dal punto di vista dello sviluppo senza violenza o lesioni reali o minacciate. Gli eventi vissuti in qualità di testimoni includono, ma non sono limitati a, l’osservare il ferimento grave o la morte innaturale di un’altra persona dovuti ad assalto violento, incidente, guerra o disastro o il trovarsi di fronte inaspettatamente a un cadavere o a parti di un corpo”. (APA, 2002: pp. 427-429).

Per la persona con DPTS, dunque, ricordare il trauma è come riviverlo. Gli eventi traumatici del passato sono richiamati con tale vividezza e intensità emotiva che sembra quasi che il trauma si stia riverificando. Sono state documentate diverse modalità con cui la gente rivive il trauma nel ricordo:
  1. I ricordi intrusivi, ovvero pensieri disturbanti e immagini dell’evento traumatico che ritorna alla mente anche quando non lo si vorrebbe richiamare alla memoria.
  2. Gli incubi persistenti riguardanti il trauma, specifici di un DPTS. Molti sogni si fanno durante una fase particolare del sonno caratterizzato da movimenti rapidi oculari (la cosiddetta “fase REM”). Sebbene molte persone facciano i loro incubi durante la fase REM, i sopravvissuti al trauma li fanno durante le fasi non-REM, precisamente durante la fase 2. A causa del fatto che i muscoli non sono paralizzati durante queste fasi (non-REM), gli incubi possono essere accompagnati da movimenti violenti e non controllati.
  3. I flashback, ovvero esperienze sensoriali repentine, spontanee ed emotivamente intense (come immagini visuali od odori) che reintegrano le impressioni sensoriali presenti durante il trauma in maniera molto simile. La vividezza dell’immagine produce un errata percezione di rivivere l’esperienza traumatica. Il DSM-IV distingue tra ricordi intrusivi e flashback; tuttavia, non è chiaro in quale caso si suppone che i flashback siano una diversa forma di memoria traumatica o solamente uno speciale tipo di ricordo intrusivo vivido. Inoltre, come aveva scoperto la Bernsten, i ricordi involontari e vividi accompagnati da delle reazioni fisiche non sono necessariamente correlati al trauma, giacché molti flashback riguardano esperienze intensamente positive ed emotivamente molto cariche (Bernsten, 1998).
  4. La reattività psicofisiologica: i sopravissuti al trauma, se portati a rivivere il trauma loro occorso, manifestano la stessa reazione fisiologica avuta durante l’evento traumatico. In questo modo, mentre provano paura, essi possono sudare, tremare e diventare tachicardici. Esattamente come per gli individui con altri disturbi d’ansia, anche quelli col DPTS reagiscono fisiologicamente agli stimoli stressanti. Quando le persone incontrano delle situazioni, o stimoli o altri promemoria di esperienze traumatiche, costoro esperiscono le sensazioni fisiche che accompagnano la paura percependo il senso soggettivo di pericolo imminente come reazione psicofisiologica. Una differenza, tuttavia, è che le risposte fisiologiche nel DPTS sono provocate dal ricordo di minacce passate, mentre negli individui fobici o con altri disturbi ansiosi sono provocati da minacce future imminenti.
Come è emerso nei paragrafi precedenti, molte persone, soprattutto coloro che manifestano un DPTS, lamentano di avere una pessima memoria. Ma i reclami personali relativi alle disfunzioni della memoria non sono sempre accurati. Psicologicamente, individui stressati a causa di un evento traumatico loro occorso possono manifestare un bias negativo verso la loro abilità di pensare e di ricordare. Tuttavia, gli psicologi hanno da tempo scoperto che un impoverimento generale della memoria nei sopravissuti al trauma è abbastanza comune: studiando i veterani della Guerra del Golfo, Vasterling e colleghi (1998) hanno trovato che soggetti con un DPTS conseguono risultati peggiori di soggetti sani nei test di attenzione sostenuta, memoria di lavoro, conoscenza iniziale e interferenza retroattiva (ovvero, quando imparare nuovi item interferisce con il ricordo di item imparati precedentemente) (Vasterling, Brailey, Constans, Sutker, 1998).

I problemi con quelle che, nella vita normale, sono funzioni così ovvie come osservare e ricordare sono stati segnalati da sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio. In Sun turned to darkness (1998) Patterson scrive che, tra le tante cose distrutte e sterminate, c’era anche la memoria stessa: moltissime persone che erano state nei campi di concentramento lamentavano vuoti di memoria. Ripensando alla sua permanenza ad Auschwitz, Fania Fénelon scrisse che le riusciva sempre più difficile raccontare delle storie ai bambini, e che quei bambini si accorgevano sempre meno che la sua memoria regrediva.

Olga Lengyel, un’altra sopravissuta di Auschwitz, notò il proprio peggioramento mentale e quello degli altri soprattutto per via del peggioramento della memoria. Vivere in uno stato di continuo pericolo, essere sempre sul chi va là per le minacce incombenti, lo sfinimento, la anche la mancanza di cibo e di vitamina B e il conseguente torpore, intaccano la memoria e aprono dei buchi nel ricordo (Wagenaar, Groenweg, 1990).

L’intensità emotiva del trauma spesso rende molto difficoltoso per il soggetto traumatizzato rimettere insieme i pezzi di ciò che è successo e raccontarlo in un formato dotato di coerenza narrativa. (Van der Kolk, Fisler, 1995). Ad esempio, sembra quasi che l’abuso sessuale durante la giovinezza motivi i bambini a codificare il meno possibile, sostenendo in tal modo uno stile di recupero mnemonico generico: le ricerche sulle vittime di violenze e di abuso ci dicono ormai con chiarezza come queste esperienze traumatiche non riescano ad essere verbalizzate, quando sono accompagnate da ansia, vergogna, sensi di colpa cronici, da rabbia inespressa e da paura. Avviene così che per evitare la sofferenza connessa al riemergere di questi stati emotivi siano necessari meccanismi di inibizione delle espressioni, dei pensieri e del comportamento (Pennebaker, Susman, 1988) che, cronicizzandosi, possono accompagnare l’individuo per tutta la vita.

Dimenticare? Impossibile. Una delle più contestate questioni nel campo del trauma riguarda l’amnesia per l’evento traumatico. L’amnesia è l’incapacità di ricordare fatti certi ed esperienze che non può essere attribuita ai meccanismi dimenticare ordinario: non pensare per un periodo di tempo a qualcosa non è definibile come amnesia. Per definizione, dunque, una diagnosi di amnesia richiede una vera e propria incapacità di ricordare.

Secondo McNally (2003), gli elementi cardine dell’amnesia traumatica risultano essere quattro:
  1. Le persone possono esperire gli eventi traumatici nell’infanzia, ma reprimere ( o dissociare) inconsciamente i ricordi espliciti di quegli eventi in modo da restare inconsapevoli di esser stati traumatizzati.
  2. Questi ricordi del trauma non sono inerti, ma sono espressi implicitamente attraverso le emozioni e i comportamenti.
  3. Questi ricordi possono essere richiamati alla mente con ragionevole affidabilità e accuratezza.
  4. Recuperandoli e integrandoli entro delle narrazioni significative si producono benefici terapeutici.
A proposito del punto 3, e’ utile distinguere tra due differenti tipi di esperienze di recupero della memoria: alcune persone possono improvvisamente ricordare un trauma subìto cui non avevano più pensato per tanti anni. Altre persone, invece, possono improvvisamente ricordare di aver subìto un abuso per la prima volta. Possono pensare a loro stessi come a bambini che hanno passato una bella infanzia, quando improvvisamente ricordare di essere stati abusati. Questo secondo tipo di recupero del ricordo di un abuso è tipico di quei casi in cui l’evento ricordato è solitamente immaginato, non reale, come nel caso in cui persone che pensano di aver avuto un’infanzia ordinaria “ricordano”, magari in terapia, quindi in un periodo successivo della loro vita, di essere stati torturati per anni dai membri di un culto satanico. A parità di caratteristiche, il primo tipo di memoria recuperata è probabilmente più autentico del secondo tipo, per il quale, talvolta si fa confusione definendolo come un caso di amnesia psicogena.

Ma l’amnesia psicogena non deve essere confusa con una presunta amnesia postulata per spiegare perché un individuo può non ricordare di aver subito un abuso sessuale nell’infanzia. I due tipi di fenomeni sono molto diversi, poiché l’amnesia psicogena classica inizia immediatamente dopo l’evento precipitante, coinvolge una perdita di identità personale e una massiccia perdita di memoria retrograda, non soltanto di quella parte relativa all’evento precipitante; raramente si protrae per più di qualche settimana e solitamente termina improvvisamente piuttosto che gradualmente. In più, la restaurazione della memoria raramente richiede una psicoterapia.

Nel caso della ipotizzata amnesia per quelle situazioni in cui emergono dei presunti ricordi di abusi repressi e poi recuperati, il discorso è un po’ diverso. Una amnesia totale per l’evento traumatico e un ritrovamento “catartico” in memoria del ricordo dimenticato non ha solide basi. Come evidenziato da Schooler e colleghi (1997), le persone , solitamente, tendono a dimenticare di aver ricordato ( e addirittura verbalizzato) il trauma subìto, durante un periodo in cui pensavano di averlo dimenticato.

E’ solo da qualche decennio che la psicologia ha cominciato ad interessarsi al ricordo traumatico e ancora lunga sembra essere la strada per la sua comprensione. La memoria autobiografica non è formata solo, come una prima considerazione spontanea ci porterebbe a credere, dai ricordi consapevoli. Inoltre, risulta accessibile attraverso una molteplicità di processi, sia controllati sia automatici, che rispondono con grande sensibilità all’interpretazione soggettiva delle necessità del compito di memoria effettuata dalla persona che ricorda.

Inoltre, le reazioni emotive all’evento traumatico, come ad esempio lo sviluppo di un DPTS, mostrano come le esperienze traumatiche influenzino anche la salute fisica, oltre che mentale, dell’individuo e che, in un certo modo e se si verificano durante la giovinezza, potrebbero significare una minaccia per lo sviluppo di una memoria sana o perlomeno potrebbero essere causa della sviluppo di bias atti a distorcere la raccolta dei differenti tipi di informazioni presenti nel contesto particolare di un evento traumatico o anche nella vita di tutti i giorni.

La impossibilità di raccontare e di rievocare certi episodi traumatici del passato provoca sintomi e malattie che possono migliorare o scomparire se si riesce a tradurre in parole e ad elaborare le esperienze da cui si é rimasti sconvolti. Tuttavia, la pura e semplice espressione di un trauma non è sufficiente, quando ad essa non si accompagna l'elaborazione cognitiva delle emozioni. L'uso di tecniche espressive, non verbali quali il movimento , la danza , la musica, le arti ecc che pure implicano un effetto catartico o di sfogo di emozioni, può magari indurre temporaneamente un certo benessere, ma non incide nel produrre cambiamenti duraturi sullo stato di salute. Per migliorare lo stato di salute sembra necessario tradurre le esperienze in parole, integrare pensieri e sentimenti e rendere coerente e significativa la propria storia: in una parola operare connessioni che diano significato e senso alle esperienze. Quando poi un evento traumatico è stato inserito nella propria narrazione autobiografica ed è rientrato a far parte della memoria autobiografica, questo ne risulta semplificato. La mente non ha più bisogno di affaticarsi troppo per dargli una struttura e un significato. E via via che l'esperienza viene raccontata e ancora raccontata, diventa più breve e i dettagli vengono gradatamente sfumati, fino a che solo gli elementi salienti e più rilevanti vengono rievocati in una storia che, ripulita dagli elementi grezzi, diviene più breve, compatta e coerente (Pennebaker, 1999).

Non bisogna dimenticare, tuttavia, che l'atto del narrare, quando sono ancora vivi gli effetti dei sintomi di un DPTS, non solo può riattivare il trauma e determinare quindi malessere, ma anche generare racconti confusi, disorganizzati e incompleti (Pennebaker, 1999): gli autori ipotizzano che se le persone non hanno ancora strutturato adeguate capacità di coping o cognitive per far fronte all'evento stressante non possono trarre giovamento nel fornirne un resoconto (Gidron, Peri, Connolly, Shalev, 1996).

In ogni caso, gli eventi traumatici rappresentano dei punti di svolta nella vita di chi li ha vissuti, forse diventando parte di loro stessi, talvolta mutando d’aspetto le loro vite, chiudendo loro delle porte, costringendoli a cambiare direzioni. Sono eventi significativi come lo sono molti altri eventi dal carattere positivo di cui tutti noi, o quasi, abbiamo avuto esperienza e, in virtù della loro importanza, li ricordiamo e li ricorderemo, sempre.

Bibliografia

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