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Volontariato, motivazioni e loro misura
di Isacco Ciofi

Nel corso degli anni stiamo assistendo ad una crescita costante delle organizzazioni di volontariato presenti sul territorio; non si esagera nell’affermare che la realtà del volontariato è di fondamentale importanza per le società moderne, spesso si sostituisce a servizi che lo stato sociale non è più in grado di assicurare. I volontari, inoltre, riunendosi in organizzazioni, consentono che la risposta d’intervento raggiunga una dimensione e un’efficacia che nessuna attività individuale potrebbe avere, come anche una capillarità, possibile, solo a organizzazioni che operano direttamente sul proprio territorio. La realtà del volontariato, quindi, opera in disparati campi ed è per sua natura intrinseca di composizione eterogenea; risulta difficile tanto formularne una definizione sintetica e unitaria che lo rappresenti in tutte le sue peculiarità, quanto inquadrare le regole del gioco che in questa tipologia di attività risulta comunque interessante. L’impulso in questa direzione è comunque forte: Cnaan, Handy e Wadsworth (1996), attraverso un’analisi di contenuto di undici tra le più comuni definizioni di volontariato in lingua inglese, hanno identificato quattro specifici fattori caratterizzanti questa attività: il grado di libertà di scelta dell’atto, la natura della sua remunerazione, il contesto in cui esso avviene ed il suo beneficiario. Secondo la definizione di Tavazza, il volontariato si delinea come un’attività con assenza di un rendiconto economico, di natura altruistica, senza vincoli di parentela/amicizia che leghi i soggetti implicati nel rapporto dare/ricevere (Tavazza, 2001).

Allo scopo di inquadrare la figura del volontario troviamo interessante l’apporto di Vecina (2001), studiosa spagnola, secondo la quale si definisce volontario: una persona che sceglie liberamente di prestare qualche tipo di aiuto o servizio a terzi, che sono sconosciuti, senza né ricevere né sperare di ricevere alcun tipo di ricompensa economica, inoltre è necessario che il volontario svolga questa attività in un’organizzazione formalmente costituita senza scopi di lucro. In questa sede ci interessiamo al contributo che le risposte a domande riguardanti le motivazioni possono dare, suggerendo informazioni utili su come selezionare e addestrare i volontari, su come predisporre l’ambiente in modo da rendere il loro operato il più efficiente e soddisfacente possibile, limitando fenomeni che sono estremamente dannosi per il volontariato, quali: l’abbandono, il burn out e i servizi e attività di qualità inferiori alle attese.

La principale caratteristica del volontariato, la volontarietà, ci suggerisce che è fondamentale rispondere alle domande sulle motivazioni in grado di predisporre gli individui a cercare opportunità per fare volontariato, a impegnarsi in aiuto volontario, e a sostenere il proprio coinvolgimento nel volontariato per un periodo di tempo esteso. Dopotutto la comprensione dei processi che spingono le persone ad agire, o meglio i processi che fanno iniziare, dirigono e sostengono l’azione, sono i riferimenti fondamentali della ricerca sulla motivazione e del legame di questa con l’azione. Secondo Batson(1991) è necessario superare la visione economicista che spiega i comportamenti di aiuto unicamente in una prospettiva di egoismo e altruismo, a favore di una spiegazione del fenomeno più approfondita tramite un’ipotesi più complessa e pluralistica, in grado di collegare il comportamento prosociale più che altro alla sfera motivazionale (Batson e Shaw, 1991). L’aiuto può essere dato sulla base di motivazioni altruistiche, egoistiche, entrambe o nessuna di queste (Batson e Shaw, 1991b). Secondo quest’autore esistono tre percorsi, che partono da tre diverse motivazioni e conducono al medesimo risultato ovvero al comportamento prosociale. In due casi le motivazioni sono considerate egoistiche: nel primo, il soggetto si aspetta una ricompensa o l’evitamento di una punizione; nel secondo desidera diminuire il proprio disagio personale, alimentato attraverso un sentimento vicario dalla percezione della sofferenza altrui. Nel terzo caso, invece, si tratta di una motivazione puramente altruistica, nata dal sentimento di empatia per chi è in difficoltà e mirata alla riduzione del disagio altrui.

L’analisi costi benefici consente inoltre di prevedere che quando lo scopo è alleviare le pene altrui è più costoso non aiutare la persona in difficoltà, mentre quando si vuole evitare il proprio disagio, è più conveniente fuggire la situazione.

Altre ricerche sottolineano che l’aiuto dato a altri comporta dei precisi benefici per chi è aiutato e per colui che presta aiuto, benefici che per quest’ultimo non si traducono in ricompense dal punto di vista economico ma che assumono la forma della soddisfazione personale, del dare senso esistenziale alla propria vita oppure far progredire gli obiettivi dell’organizzazione di appartenenza (Pearce 1994; Omoto e Snyder, 1995). Bramanti (1989) sostiene che la presenza di motivazioni diverse da quelle di natura prosociale non contraddice affatto il valore dell’agire volontario, ma anzi coloro che sono in grado di dichiarare che l’azione che hanno messo in atto risponde anche a propri bisogni mostrano una percezione più completa del proprio agire sociale. Superata quindi la dicotomia tra orientamento al sè e orientamento agli altri, sarà più appropriata una visione dinamica quindi si potrà essere più solidali quanto più si darà spazio alle esigenze intime e profonde che necessariamente saranno presenti nell’azione. Le motivazioni al volontariato si dispongono, quindi, lungo un continuum che vede ad un estremo le motivazioni self-oriented e all’altro, motivazioni other-oriented. L’atteggiamento solidale si trova in mezzo, dove vige la norma della reciprocità e il solidarismo è massimo: la reciprocità in senso motivazionale non può che contemplare i bisogni di entrambe le parti (Bramanti 1989).

In conseguenza a queste riflessioni Bramanti e Cesareo individuano quattro elementi di fondo che conducono all’azione volontaria ( Bramanti, Cesareo, 1990):
  1. orientamento al sé o orientamento espressivo;
  2. orientamento al compito (sempre legato al sé ma più spostato in direzione del compito);
  3. orientamento alla cura;
  4. orientamento al dovere.
Sulla base di queste dimensioni, Marta e Scabini (2003) individuano cinque tipi di volontari:
  1. Espressivi: agiscono in un’ottica di compensazione narcisistica con riferimento a motivazioni autocentrante e legate alla propria attività lavorativa;
  2. Autonormativi: che combinano l’orientamento al sé ad una norma o a un valore (volontariato doveristico);
  3. Compartecipi: persone con alto tasso di identificazione empatica;
  4. Proiettivi: dotati di un alto orientamento esterno, non riconoscono la parte del sé implicata nell’azione, e rischiano di vivere le proprie necessità come se fossero quelle altrui;
  5. Altruisti: combinano il forte orientamento all’altro con un senso del dovere di tipo religioso;
Quindi, mentre i compartecipi e i proiettivi vedono la propria attività come centro esistenziale e sono soprattutto orientati all’altro, gli altruisti e gli autonormativi la vedono come componente esistenziale e danno importanza a norme e valori; gli espressivi invece, sentono l’attività come elemento di transizione e sono soprattutto orientati al sé.

Dalla letteratura scientifica emerge che nel contesto italiano gli studi che si sono proposti di indagare le interrelazioni fra le varie motivazioni che sottostanno alla decisione di intraprendere e mantenere nel tempo un’attività di volontariato, sono ancora carenti soprattutto da un punto di vista numerico. Si evidenziano fra questi, comunque alcune interessanti indagini svolte da ricercatori dell’università “La Sapienza” di Roma, che utilizzando un approccio funzionalista al volontariato (Katz,1956) hanno messo in luce una compresenza di molteplici fattori motivazionali nei volontari.

Per valutare le motivazioni dei volontari nelle suddette ricerche gli autori hanno adattato all’italiano il Volunteer Functions Inventory (VFI), un reattivo costruito dagli americani Omoto e Snyder (Omoto e Snyder, 1995). Il Volunteer Functions Inventory (VFI) è uno strumento che permette di “misurare” e capire dove sono indirizzate le motivazioni, la base euristica da cui nasce è la teoria funzionale degli atteggiamenti (Katz,1956). Questo strumento si è rivelato molto utile , sia nella gestione delle Organizzazioni di Volontariato, sia teoricamente per lo studio delle motivazioni al volontariato nelle scienze sociali.

Tale strumento, anche nella sua versione italiana, ha presentato buone proprietà psicometriche, dimostrandosi una misura affidabile, stabile nel tempo oltre ad essere di facile applicabilità in diversi ambiti. Si è rivelato utile sia nella ricerca, sia nella gestione pratica delle organizzazioni di volontariato.

Il Volunteer Functions Inventory (VFI) è uno strumento che valuta le diverse motivazioni che spingono una persona a impegnarsi in attività di volontariato. È composto da trenta item, cinque per ognuna delle sei funzioni motivazionali ipotizzate. A ogni item si risponde su una scala di tipo Likert a 5 punti relativi all’importanza che un determinato aspetto dell’esperienza di volontariato ha per il soggetto (da 1 = per nulla importante a 5 = molto importante).

Gli autori hanno individuato sei funzioni principali:
  1. ESPRESSIONE DI VALORI. Il volontariato offre ai singoli le occasioni per esprimere valori altruistici ed umanitari;
  2. CONOSCENZA. Il volontariato offre opportunità di sviluppo personale, poiché permette di apprendere nuove conoscenze e competenze e di esercitare abilità che altrimenti rimarrebbero inespresse;
  3. SOCIALE. Il volontariato dà la possibilità di conoscere nuove persone ed è un’attività sociale connotata positivamente. In tal senso è un’attività che oltre a facilitare la socializzazione e l’adattamento si configura come mezzo di riconoscimento sociale;
  4. CARRIERA. Il volontariato ha una funzione meramente utilitaristica, in quanto finalizzato all’acquisizione di conoscenze ed abilità per un futuro lavoro remunerato o per un avanzamento di carriera;
  5. PROTEZIONE DELL’EGO. Il volontariato è uno “strumento” finalizzato alla protezione dell’Io, poiché riduce il senso di colpa per essere più fortunato degli altri e permette di risolvere problemi personali;
  6. ACCRESCIMENTO. Il volontariato favorisce la crescita e lo sviluppo individuale in quanto rafforza l’autostima e l’autoaccettazione.
Questo reattivo presenta buoni risultati all’analisi fattoriale, si è deciso di approfondire questi dati, tenendo presenti le indicazioni degli autori dell’adattamento italiano, i quali hanno riscontrato che 7 dei 30 item, saturano su più di un fattore con saturazioni non trascurabili (cioè superiori a .30). Gli stessi autori hanno inoltre aggiunto che due delle sei scale presentano coefficienti di consistenza interna non del tutto soddisfacenti (fattore espressione di valori α .56; fattore conoscenza α .66). Si è scelto pertanto di utilizzare il Mixed Rash Model come modello più adatto per questo tipo di studio. L’Item Response Theory, che fa parte dei modelli relativi ai tratti latenti, permette di studiare le classi di risposta agli item, la conseguente unidimensionalità delle scale proposte in questo strumento e l’accuratezza delle informazioni fornite dagli item. Tramite l’applicazione di questo strumento si è rilevato, anche se ci fossero differenze nelle motivazioni a seconda: del genere del volontario (maschio/femmina), dell’età e della durata del servizio all’interno di organizzazioni di volontariato.

Il presente studio è stato possibile grazie al contributo di un campione di 519 volontari che svolgono le loro attività nelle province di Firenze e Prato. I soggetti coinvolti fanno parte di 23 organizzazioni differenti. Secondo la classificazione adottata nella presente ricerca, che prevede quattro tipologie di organizzazioni suddivise secondo l’area di azione/intervento, risulta che il 70% del campione svolge attività di tipo socioassistenziale, il 12,5% di tipo ambientale, il 10% è impegnato in organizzazioni sportive/ricreative e il 7,5% in quelle culturali. Per quanto riguarda il genere, il campione appare suddiviso in 268 maschi e 251 femmine, pari al 51,6% e al 48,4%. L’età media dei partecipanti è 40,39 con una deviazione standard di 17,26 in un range compreso tra i 16 e gli 85 anni. Si è ritenuto utile ai fini delle indagini dello studio suddividere la variabile età in quattro raggruppamenti per fasce d’età: il 38% ha un’età compresa tra i 16 e i 30 anni, il 26,2% tra i 46 e i 65 anni, il 25,6% tra i 31 e i 45 anni, e il restante 10,2% tra i 66 e gli 85 anni.

Risultati
Oltre ai dati provenienti delle analisi fattoriali effettuate dagli autori (Omoto, Snyder, et. al, 1998) del test, come dai dati ottenuti dai curatori dell’adattamento italiano (Capanna, Steca, Imbimbo, 2002) ora si aggiungono i risultati del presente lavoro effettuati con l’analisi IRT.

E’ opportuno ricordare che le classi latenti sono raggruppamenti di soggetti che tendono a rispondere in modo omogeneo all’interno del campione: la presenza di più classi latenti, quindi mette in dubbio l’unidimensionalità di un costrutto. Dallo studio delle classi latenti, effettuata nel presente lavoro, è emersa una sola classe latente per ogni fattore, dato che conferma l’unidimensionalità delle scale del VFI e l’adegutezza degli item utilizzati. L’analisi IRT è stata anche usata per verificare la capacità di discriminazione delle scale likert dei singoli fattori; quest’analisi ha comunque messo in luce alcuni limiti del VFI: gli item saturano bene sui fattori, ma le misure ottenute talvolta sono troppo generiche. Forse sarebbe utile migliorare la specificità dello strumento e rivedere i punti della scala Likert che invece di 5 potrebbero essere 4 a vantaggio di una maggiore precisione delle risposte date dai soggetti. Questo potrebbe essere superfluo secondo me, per i fattori “espressione di valori”, “motivazioni sociali” e “accrescimento dell’autostima”. Sembra che le caratteristiche di questi fattori appartengono mediamente a tutti i volontari, probabilmente la teoria funzionale degli atteggiamenti spiega meglio motivazioni di natura pratica, quali le motivazioni di carriera e di comprensione. Ritengo che le motivazioni che stanno alla base del comportamento prosociale non possono essere spiegate con il solo ausilio di questo strumento, che comunque mantiene il suo maggior punto di forza nell’applicazione pratica, ad uso delle organizzazioni di volontariato.

Le variabili prese in considerazione con l’analisi classiche, come detto in precedenza sono state: il genere, l’età e la lunghezza del servizio. L’età è stata suddivisa in fasce corrispondenti a giovani (con età compresa da 16 a 30 anni), adulti (con età compresa da 31 a 45 anni), adulti-anziani (con età compresa tra 46 e 65 anni) e infine gli anziani (che coprono la fascia 66 a 85 anni).

L’anzianità di servizio all’interno delle organizzazioni di volontariato è stata misurata con risposte chiuse che individuano cinque gruppi: coloro che operano all’interno di organizzazioni di volontariato da meno di un anno, coloro che sono compresi in un range che va da 1 a 3 anni di servizio, un altro da tre a cinque anni, da cinque a dieci anni e infine chi è all’interno dell’organizzazione da più di dieci anni. Consapevoli che questa distinzione, non è completamente esaustiva e che è possibile trovare differenze, specialmente con coloro che svolgono attività di volontariato da più di dieci anni, abbiamo ritenuto che questi gruppi potessero essere indicativi, riguardo a cambiamenti delle motivazioni, all’interno di un arco di tempo sufficientemente ampio, ossia i dieci anni.

E’ interessante notare inoltre l’andamento inverso delle motivazioni sociali e di carriera, le prime salgono e acquistano sempre maggiore importanza con il passare degli anni, mentre le seconde, come ci si poteva aspettare, perdono di importanza e hanno sempre minor peso. Un dato statisticamente significativo, è quello che si ritrova riferendosi alle motivazioni sociali. Coloro che prestano servizio da più di dieci anni, affermano di farlo con punteggi significativamente più alti di tutti gli altri per motivazioni sociali. Visto da questo punto di vista il volontariato sembra diventare, con il passare del tempo, un luogo di aggregazione, dove sono vissuti importanti rapporti sociali con gli altri, dove si sente la possibilità di poter esprimere valori in cui si crede, con persone che li condividono, infatti anche la funzione di espressione di valori sale in modo significativo con il passare degli anni. Altre differenze prese in esame, sono quelle relative al genere. Si può notare che le femmine, hanno sempre punteggi più alti rispetto agli uomini in tutte le motivazioni studiate dal VFI. Nel dettaglio, sono state trovate differenze per le funzioni di protezione dell’ego, comprensione e espressione di valori; punteggi significativi sono stati ottenuti per motivazioni di carriera e motivazioni sociali. Emerge quindi un quadro in cui le donne affermano di ottenere dal volontariato, il soddisfacimento di funzioni in misura molto maggiore rispetto ai maschi. Soltanto per le funzioni di accrescimento, la differenza fra i due gruppi non è significativa, ma comunque maggiore per le donne. Questi risultati contrastano, con i risultati ottenuti da Capanna, Steca e Imbimbo, nella loro ricerca i maschi ottenevano punteggi significativamente più alti nelle funzioni di “accrescimento” e nelle funzioni “sociali”, inoltre questi stessi autori non hanno rilevato differenze statisticamente nelle funzioni di “protezione” e di “espressione dei valori”, nel presente lavoro invece si trovano differenze significative sempre con il genere femminile che presenta punteggi medi significativamente più alti.

La ricerca in questo campo ha interessanti prospettive per il futuro, è importante capire a cosa è dovuta questa differenza. Si tratta di una maggiore percezione dei propri bisogni, con conseguente ammissione del soddisfacimento degli stessi? o effettivamente il volontariato è un attività più indicata per il genere femminile ed è per questo che le donne manifestano motivazioni maggiori?

Inoltre riteniamo interessante verificare se le differenze motivazionali del genere femminile si traducono con una maggiore partecipazione e se le donne, avendo maggiori motivazioni, rivestono anche cariche con maggiore responsabilità rispetto ai colleghi maschi. Ci poniamo anche l’interrogativo che il VFI, non sia costituito semplicemente da fattori e item più indicati per il genere femminile piuttosto che maschile.

Ultima variabile presa in considerazione in questo studio è stata la divisione del campione in fasce di età e come siano percepite le funzioni del volontariato per i soggetti al variare dell’età. Anche in questo caso, come in precedenza, valgono le considerazioni fatte per la divisione in gruppi riguardante la permanenza. La divisione che in questo lavoro proponiamo è stata fatta cercando di ottenere, all’interno del campione, gruppi omogenei, esperienze e situazioni, il più vicine possibili (i.e. lavorative, familiari). Otteniamo differenze statisticamente significative per i fattori: accrescimento, protettivi, carriera e sociali. I punteggi ottenuti nel fattore di “accrescimento dell’autostima”, si mantengono stabili nelle prime due fasce di età (16-30;31-45;), hanno un crollo nella terza (46-65), per ottenere poi punteggi molto alti nell’ultima fascia di età presa in considerazione(66-85). E’ ipotizzabile che gli appartenenti a quest’ultimo gruppo utilizzino il volontariato come attività sostitutiva del lavoro, un impegno cioè che permette di sentirsi attivi e di misurare il proprio livello di utilità all’interno della società. Questo trend è mantenuto costante anche per altre funzioni studiate, sia per le funzioni di protezioni dell’ego che per le funzioni sociali. Per quest’ultima fascia di età, il volontariato si delinea come un’attività da cui gli anziani attingono soddisfazione a molteplici bisogni, in cui possono esprimere i valori in cui credono e distrarsi dalle molte preoccupazioni, che sappiamo questo particolare gruppo ha più degli altri. Dai risultati di questi studi emerge quindi che i gruppi che manifestano maggiore soddisfazione dei bisogni tramite il volontariato sono le donne e i pensionati, categorie che hanno meno possibilità di ottenere gratificazioni lavorative, gli uni perché hanno terminato il loro servizio lavorativo, le altre perché come sappiamo ancora oggi trovano minori spazi rispetto agli uomini.

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