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di Giuseppe Morgana, argomento: Psicoterapia

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A partire da una critica al setting analitico di Freud e oltre Freud, è possibile sostenere che lo sguardo ha un'importanza notevole nella costruzione del setting 'faccia a faccia' dove la psicoterapia si svolte tra due soggettività a confronto, quella del paziente e quella del terapeuta. Questo setting, per la prima volta, viene inaugurato dalla psicoterapia dialettica di C.G. Jung. Solo a partire dal confronto 'faccia a faccia' la comunicazione tra paziente e terapeuta diventa integrata, convergendo il verbale e il non-verbale, tra cui la psicologia dello sguardo. Il significato psicologico dello sguardo, a parere mio, non si esaurisce nel considerarlo solo un "segnale non-verbale" indirizzato agli altri. Lo sguardo ha anche un suo radicamento nel Sé che struttura il 'modo' di guardare il 'fuori' di noi come il 'dentro'. Quando lo sguardo essenziale proprio tra due persone è in sintonia si fa l'esperienza, nell'intimità del proprio sfondo psichico, di una comunicazione autentica e solidale con l'altro. Lo sguardo, inoltre, ha una molteplicità di significati extra-psicologici che comprende tutta l'esistenza e ogni disciplina dell'uomo che elabora le proprie prospettive dagli sguardi sull'area investigativa delle proprie osservazioni.

Indice

  1. Il Positivismo
  2. Il Positivismo di Sigmund Freud e la critica alla funzione analitica della “neutralità” dell’analista
  3. Carl Gustav Jung inaugura il setting del ‘faccia a faccia’
  4. Lo sguardo
  5. L’influenza nella relazione tra psicoterapeuta e paziente
  6. Intimità dello sguardo
  7. Lo sguardo come segnale pre-verbale
  8. Lo sguardo è selettivo
  9. Lo sguardo nell’infanzia
  10. Lo sguardo letterale e lo sguardo immaginativo negli adulti
  11. Temporalità, dialettica invisibile-visibile, sguardo
  12. Malattia, cronicità, salute, sguardo
  13. Lo sguardo essenziale proprio
  14. Non senso dell’iper-socializzazione e diritto di vivere la dialettica dello ‘stare insieme/stare solo’
  15. Vero Sé e Falso Sé in Donald W. Winnicott
  16. L’arte e l’identificazione degli sguardi
  17. La “realtà” va presa per dosi omeopatiche
  18. La temporalità e lo sguardo
  19. Disagio psichico come arresto temporale e ripetizione
  20. Revisione del passato e condivisione dell’estetica dello sguardo del paziente
  21. Lo sguardo interpersonale
  22. Le nuove funzioni analitiche dello psicoterapeuta
  23. Sguardo, personalità terapeutica, psicosi
  24. Vero Sé e psicoterapia
  25. Comunicazioni autentiche e false del paziente
  26. Conclusioni circa queste riflessioni provvisorie e in divenire
  27. Riferimenti bibliografici
1. Il Positivismo ( torna all'indice )
Dal XIX secolo ad almeno i primi due decenni del Novecento, non sono soltanto le “scienze della natura” (fisica, chimica, biologia, medicina) che considerano l’oggettività di un “fatto”, che ne ricercano le “leggi causali” e il controllo su di esso. Anche le “scienze della cultura” (pedagogia, sociologia, psicologia) non possono fare a meno di dialogare con quella forma ingenua di epistemologia ottocentesca che è il positivismo scientista. Il “fatto” viene idolatrato. Il Positivismo (1.) è stato considerato da alcuni come figlio dell’ideologia romantica, da una parte, ed erede della fede nella ragione e nel progresso da parte dell’Illuminismo, dall’altra. Il Positivismo non chiude gli occhi nei confronti dei mali che porta con sé la Rivoluzione industriale (come, per esempio, povertà del proletariato, minori costretti al lavoro e allo sfruttamento), ma è ottimista nella possibilità che, nella lunga durata, questi problemi sociali ed economici saranno superati. Naturalmente, la storia darà torto a questo superficiale ottimismo. Auguste Comte, che inaugura il Positivismo in Francia, cade nell’errore che voleva evitare, nella sua concezione della storia che dovrebbe realizzare un progetto messianico di società. Quello che risulta irrazionale nel Positivismo è la fede cieca nel progresso della scienza, come se quest’ultima fosse una sorta di deus ex machina che magicamente risolve ogni difficoltà dell’uomo, insieme alle sue applicazioni tecnologiche. Nietzsche diventa una coscienza critica del Positivismo, percependone i limiti e il non-sense. Egli osserva, come sappiamo, che i fatti in sé non possono dirci molto se non hanno un soggetto che li interpreta.

Della mentalista scientista dell’epoca, tuttavia, ne rimase influenzato anche Sigmund Freud in Austria, nell’iniziale impostazione che egli diede alla sua psicoanalisi, così come sociologi del calibro di Emile Durkheim, che insegnava la sua disciplina in Francia, e Max Weber, un altro padre fondatore della sociologia, in Germania. Il Positivismo impregnava le impostazioni metodologiche di varie discipline, ed è interessante notare che Max Weber (23.), sotto l’influenza del Positivismo, scrivesse un saggio nel 1917 dove sottolineava che la scientificità della sociologia e dell’economia, come discipline, poteva emergere dalla loro “avalutatività”, ossia dal non prendere posizione rispetto all’accadere degli eventi sociali ed economici da parte dello ‘scienziato sociale’.

2. Il Positivismo di Sigmund Freud e la critica alla funzione analitica della “neutralità” dell’analista ( torna all'indice )
Nell’escogitare il setting analitico, Freud (7.) pensò che per lui era meglio che il paziente, nel suo studio di casa, si stendesse su un divano e che lui analista si ponesse seduto e nascosto alla vista del paziente, mentre quest’ultimo desse libero sfogo alle sue “libere associazioni”. Anche se sappiamo dallo stesso Sigmund Freud che il setting delle sedute psicoanalitiche le aveva ideate per un suo personale bisogno di non guardare negli occhi il paziente, possiamo pensare che tale setting fu ideato anche per un retroterra culturale dell’epoca, appunto la mentalità nella fede verso la scienza, di cui Freud non fu certo immune. In altri termini, Freud disse che l’analista nei confronti del paziente doveva essere “neutrale”, come in sociologia lo scienziato sociale doveva essere “avalutativo”, ossia doveva sospendere e rinunciare a ogni sorta di desiderio nei confronti del paziente affinché potesse far funzionare la sua mente in modo analitico, cioè disporla rilassata per favorirne l’”attenzione fluttuante”. In tal modo, dal materiale psichico del paziente, l’analista avrebbe potuto formulare le sue interpretazioni e restituire un senso a ciò che apparentemente sembrava senza senso. Naturalmente, questa era la psicoanalisi delle origini, quella che Freud iniziava a ideare avendo come pazienti di riferimento gli individui che soffrivano di “nevrosi”, di solito casi di isteria o nevrosi ossessiva. Se possiamo osservare che merito di Freud fu quello di restituire alla soggettività del paziente il suo valore, possiamo anche dire che la soggettività a cui lui si riferiva era una soggettività a-relazionale, almeno nell’ambito del setting analitico. Come un chirurgo è ‘freddo’ davanti al corpo del paziente che opera, così l’analista è uno “scienziato” che si deve porre con “neutralità” davanti al desiderio e ai vissuti del paziente. L’analista freudiano non si pone, dunque, di fronte al suo paziente come una-persona-in-relazione-con-un’altra-persona, ma come uno “scienziato” della psiche davanti al suo oggetto di analisi! Del resto, Freud visse in un’epoca in cui l’autorità impersonificata dal pater familias della famiglia patriarcale, come del resto di ogni professione che richiedeva un’autorità di ruolo (per esempio, il politico, il medico, l’insegnante, il militare, il prete), scadeva facilmente in autoritarismo. L’altro, che assumeva un ruolo complementare a quello assunto da chi interpretava il ruolo d’autorità, si trovava in una posizione subalterna e i rapporti interpersonali venivano così strutturati sulla base di un’asimmetria di ruolo e di potere. La figura di analista che Freud ideò e impersonificò, in fondo, si basava su questa asimmetria di ruolo di tipo patriarcale, che assumeva per sé autorità e potere contro la figura bisognosa del paziente che così interpretava un ruolo ‘debole ‘e in cerca d’aiuto per il suo disagio. Sappiamo che con Ferenczi la figura dell’analista venne considerata in tutt’altro modo, in maniera materna più che paterna, ma negli anni ’80 del XX secolo le professioni d’aiuto, tra cui quella dell’analista, verranno considerate alla luce dei rapporti di potere e dell’Ombra che in forma occulta si accompagna alle motivazioni che fanno scegliere una di queste professioni, smascherando il falso altruismo e la falsità delle ‘buone intenzioni dichiarate’ nella loro scelta. (10.).

Quello che tuttavia mi preme osservare è che il trattamento psicologico delle nevrosi di Freud non fu l’ideazione di una psicoterapia dello sguardo, in quanto, come ho ricordato sopra, Freud si sentiva imbarazzato dal dover guardare il paziente negli occhi. Fu fondamentalmente per questo motivo, per questa sua idiosincrasia, che Freud scelse di costruire il suo setting facendo uso del divano, collocandosi seduto fuori dalla vista del paziente. Scrive Freud (7., p.343) a tal proposito:
“Insisto nella raccomandazione di far stendere il malato su un divano mentre prendiamo posto dietro di lui, in modo ch’egli non possa vederci. Questa disposizione ha un significato storico, è ciò che è rimasto del trattamento ipnotico dal quale si è sviluppata la psicoanalisi. Merita però di essere mantenuta per molteplici ragioni. In primo luogo per un motivo personale, che però altri, forse, condividono con me. Non sopporto di essere fissato ogni giorno per otto (o più) ore da altre persone. Dato che mi abbandono io stesso, mentre ascolto, al flusso dei miei pensieri inconsci, non desidero che l’espressione del mio volto offra al paziente materiale per interpretazioni o lo influenzi nelle sue comunicazioni.”
Dunque, in queste frasi emerge la scelta di Freud di evitare la relazione dialettica con il paziente, ma soprattutto di non farsi coinvolgere nella psicologia dello sguardo e nella reciproca influenza che la relazione comporterebbe. Lo psicoanalista newjorkese Stephen A. Mitchell (16.), eminente rappresentante della psicoanalisi relazionale, nel 1993 pubblicò un saggio dove pose la questione sia dell’autonomia dell’analista in analisi, sia dell’influenza che esercita sul paziente. Il saggio di Mitchell sicuramente è stato uno di quei libri che ha provocato un certo ‘terremoto’ nell’ambito dell’ortodossia freudiana. Ma ritorniamo a Freud. Se i presupposti per condurre una psicoanalisi erano questi, si comprende allora anche il fatto che Freud, non facendosi coinvolgere in una relazione ‘faccia a faccia’ con il paziente in seduta, ritenesse superflua la possibilità di prendere in considerazione un “transfert dell’analista” (controtransfert). Gli analisti di qualche generazione successiva a Freud, ma già a partire da Sandor Ferenczi, hanno criticato la “neutralità” del terapeuta e hanno sentito il bisogno di rivedere questa funzione analitica. Scrive Mitchell (16., p.194) sullla falsa convinzione che l’analista non influenzi il paziente nella situazione analitica:
“Le congetture dell’analista riguardo al paziente non sono semplicemente derivate dall’applicazione della sua teoria ma sono impregnate delle sue risposte controtransferali. L’idea tradizionale che l’analista è essenzialmente invisibile al paziente e quella che l’analista che lavora in modo corretto comprende il paziente prevalentemente in termini imparziali sono essenzialmente illusioni intese a disconoscere l’impatto personale dell’analista.”
Scrive Anteo Saraval (19., p.568) riassumendo il dibattito post-freudiano sulla critica della “neutralità” dell’analista:
“In seguito la neutralità dell’analista è stata, da diversi punti di vista, messa in crisi,: si sono andate smitizzando, da un lato, l’immagine dell’analista purificato dall’analisi personale e, dall’altro, l’immagine dell’analista che riesce a mantenersi sempre neutrale. Margaret Little (1951) afferma che l’analista specchio è un mito, come è un mito l’idea di una persona totalmente analizzata. Anche gli psicoanalisti che valorizzano la relazione d’oggetto (Fairbairn, 1958; Guntrip, 1961; ecc.) hanno portato un duro attacco alla neutralità dell’analista, sostenendo che la relazione deve comprendere non solo la relazione di transfert dell’analisi classica, ma allo stesso tempo un rapporto reale con il paziente, che miri a promuovere la crescita e la liberazione della persona; il successo dell’analisi non dipende tanto da un’esatta applicazione delle teorie psicoanalitiche, ma piuttosto dalla personalità terapeutica dell’analista, il quale non è concepito come semplice specchio, ma deve invece essere disponibile al rapporto personale, che il paziente ha bisogno d’avere.”
Una cosa che mi appare interessante è che Freud tenesse le sedute di analisi nella sua abitazione. Si tratta di un particolare non da poco, perché contraddice lo spirito positivista con cui da “scienziato” Freud aveva ideato il suo setting impersonale. Nell’appartamento di Vienna della Berggasse 19, dove Freud si stabilì dal 20 settembre 1891 fino al mese di giugno 1938, una stanza venne adibita a studio in cui il padre della psicoanalisi teneva le sue sedute. Si trattava di una stanza confortevole con un divano ricoperto di una specie di tappeto persiano, con disegni e colori, con un cuscino da poggiare sotto la testa e una o più coperte che il paziente poteva utilizzare per coprirsi se sentiva freddo. La stanza era anche arredata con una scrivania, libri, tra cui testi di Goethe, statuine antiche che dovevano comunicare al paziente l’analogia tra archeologia e processo analitico, e sulle pareti c’era fissato un arazzo, sul pavimento un tappeto. Molti anni fa mi recai a Vienna e visitai quell’appartamento, trasformato in un museo. Vi trovai anche quel famoso divano. Freud teneva, dunque, le sedute in un ambiente confortevole, in una stanza del proprio appartamento, che non aveva niente da spartire con l’ambiente asettico e spersonalizzante di una stanza di ospedale. Credo che questo aspetto relativo al ‘luogo’ dove si svolge una seduta analitica sia importante, e va a favore della tesi che questo ‘luogo’ debba essere ‘familiare’, arredato come ‘a casa propria’, e che trasmetta allo sguardo del paziente qualcosa, a livello spaziale, che si riferisca ai ‘valori’ del suo analista.

3. Carl Gustav Jung inaugura il setting del ‘faccia a faccia’ ( torna all'indice )
Carl Gustav Jung (14.) scelse invece un setting differente per le sue sedute: in una stanza, anch’essa confortevole e familiare, analista e paziente si siedono comodamente ognuno su una poltrona, l’uno di fronte all’altro, guardandosi reciprocamente e dialogando secondo un ritmo di alternanza dialettica. Questo tipo di setting comporta che paziente e analista si guardino in viso, per cui lo sguardo assume una grande importanza. Ognuno dei partecipanti alla seduta – tenendo conto della presenza complessiva dell’altro nel “qui e ora” di come l’ora passa insieme - vive nella propria mente delle immagini. Il paziente attribuisce un valore particolare anche alla stanza di psicoterapia, al suo arredamento, ormai diventata familiare per lui nel corso dei colloqui. E’ però la presenza dello psicoterapeuta durante l’ora passata insieme che è rilevante per il paziente, e un rilievo di particolare importanza è per quest’ultimo ciò che ha letto negli sguardi del primo.

4. Lo sguardo ( torna all'indice )
In questo senso, è fondamentale porre alcune riflessioni sulla psicologia dello sguardo. Cos’è uno sguardo? E’ un modo di guardare il mondo esterno. E nel ‘mondo esterno’ ci sono gli esseri umani, le abitazioni e i loro interni, l’ambiente della natura, gli animali, l’ambiente urbano. Il mondo esterno noi lo percepiamo con i nostri cinque sensi, ma quando parliamo di ‘sguardo’ ci riferiamo soprattutto alla vista. Ciononostante, sappiamo che nella elaborazione di ciò che vediamo le sensazioni degli altri sensi possono influire in forma indiretta nello stabilire il modo come noi guardiamo chi o cosa è davanti ai nostri occhi. Nel modo come noi guardiamo persone, animali, natura, cose, intervengono i sentimenti e le emozioni, gli stati dell’umore. Nel modo come noi guardiamo chi o cosa ci circonda è attiva, in altri termini, tutta la personalità, dunque anche le fragilità, come il potenziale delle difese più o meno evolute.

Dunque, è a partire dalla psicoterapia di Jung (14.) - che ha come caratteristica principale del setting l’incontro ‘faccia a faccia’ del paziente e del terapeuta, di questi due soggetti che si guardano dalle rispettive poltrone in cui sono comodamente seduti nella stanza dei colloqui - che si inaugura, a mio giudizio, l’importanza dello sguardo in psicoterapia.

Giovanni Jervis (13.) alcuni anni fa faceva notare che è superata la concezione che l’analisi si fa solo con le parole. E credo che avesse ragione da vendere. Certo la psicoanalisi di Freud era una “cura con le parole”, ma non si può rimanere legati ‘nei secoli’ all’impostazione che il fondatore della psicoanalisi diede al trattamento analitico, altrimenti non avrebbero senso i molteplici contributi creativi dati alla disciplina dagli analisti delle generazioni successive. Dunque, Jervis (13.) ha giustamente rilevato che la psicoterapia non è fatta solo di parole, ma anche dal comportamento non verbale che è inevitabilmente parte della persona e del suo modo di esprimersi. In questo senso, si può osservare come lo sguardo rientra a pieno titolo nell’ambito del comportamento non verbale di una persona, e, dunque, del paziente come del terapeuta.

5. L’influenza nella relazione tra psicoterapeuta e paziente ( torna all'indice )
Sulla base dell’insegnamento di Ferenczi (6.) circa il “tatto” (sensibilità) che lo psicoterapeuta dovrebbe mostrare verso il paziente, e degli psicoanalisti che valorizzano i comportamenti complessivi sia del paziente che del terapeuta in seduta, non considerandoli solo in termini di ‘cosa si dicono’ (linguaggio), ma anche del come si guardano reciprocamente - solo per tenere conto di un aspetto del comportamento non verbale, uno tra i più importanti -, diventa possibile ipotizzare che la relazione terapeutica si configura come influenza reciproca tra terapeuta e paziente, mentre l’influenza più specifica dello psicoterapeuta sul paziente si esercita anche attraverso fattori extra linguistici e relazionali come, per esempio, il tono della voce, la sensibilità psicologica, l’empatia, i gesti, i movimenti del corpo, i silenzi, la vicinanza/distanza emotiva (continuum delle sensazioni di caldo-freddo emozionale), tra cui lo sguardo occupa un posto rilevante.

Scrive, in modo significativo, Mitchell in questo senso(16., 193):
“Ma è possibile ancorare l’autodisciplina, la responsabilità clinica e il rispetto dell’autonomia del paziente in un riconoscimento della natura intersoggettiva dell’impresa psicoanalitica piuttosto che in un diniego di essa. In verità, nella mia esperienza, l’«autoritarismo» tende più spesso ad annidarsi nel lavoro clinico in cui l’analista crede di rappresentare la Verità oggettiva (spesso all’insegna del «restare saldo») piuttosto che nel lavoro clinico in cui la verità e il significato sono considerati co-costruiti. L’autonomia del paziente è protetta in modo più sincero e più significativo attraverso il riconoscimento dell’influenza dell’analista che non attraverso rivendicazioni di un’obiettività illusoria.”
A volte si dice ‘basta uno sguardo per capirsi’. Questa frase rimanda alla comunicazione non verbale tra un Io e un Tu, ma potrebbe essere anche tra un Io e gli Altri. Si comunica anche senza parole. La comunicazione senza parole è più originaria, è, appunto, il linguaggio del corpo. I limiti della psicoanalisi freudiana, tra l’altro, sono da individuare nel considerare il corpo solo nei segni del sintomo (per esempio, un tic, un pianto, uno svenimento, il lavarsi frequentemente le mani, ecc., cioè nel registro del nevrotico), mentre elimina tutta la psicologia dello sguardo nel setting in cui il paziente è disteso sul divano (lettino) e l’analista si trova seduto al capezzale fuori dalla vista del primo. Inoltre, la psicoanalisi freudiana era una talking cure, una cura con le parole, mentre il linguaggio delle parole è solo una parte della psicologia della comunicazione.

La comunicazione va oltre le parole, accade secondo diversi piani comunicativi. Le immagini hanno una parte fondamentale nel processo comunicativo, sia a livello della macrocomunicazione attraverso i mezzi di comunicazione collettivi come la tv, Internet, la pubblicità nelle sue molteplici espressioni, sia a livello della microcomunicazione relativa a ‘ciò che accade’ tra le persone che stanno interagendo. Ognuno di noi è esposto alla percezione visiva degli altri. Gli altri ci guardano, come noi guardiamo gli altri. Ci sono sentimenti che si attivano in rapporto a come siamo guardati e a come noi guardiamo gli altri. Solo se però entriamo in un rapporto comunicativo reciproco e significativo con gli altri, noi siamo individuati e individuiamo i nostri interlocutori.

Prima della parola, nell’entrare in relazione con un’altra persona, interviene lo sguardo, e attraverso il guardare noi siamo dei soggetti vivi che sentono l’influenza che l’altro ha su di noi, come l’influenza che noi abbiamo su l’altro. Lo sguardo non si ‘sposa’ soltanto con la percezione visiva, ma rimanda anche al modo come guardiamo il mondo, e questo ‘modo’ riguarda la personalità nel suo insieme. Come osserva Michael Argyle (2.), studioso del linguaggio del corpo, lo sguardo reciproco è fondamentale nell’attaccamento e nell’esprimere la socievolezza. L’evitamento dello sguardo rimanda invece a sentimenti negativi verso l’altro.

6. Intimità dello sguardo ( torna all'indice )
Lo sguardo ha una sua intimità. La parola ‘intimo’ significa che la cosa di cui si parla appartiene alla propria interiorità, solo a se stessi, e che dunque si tratta di qualcosa che è molto familiare alla propria soggettività. Certo, si può dire ‘intimo’ anche di un amico con cui si ha un rapporto privilegiato rispetto ad altri, ma in ogni caso l’essere ‘intimo’ rimanda a ciò che è profondo, riservato, confidenziale. Lo sguardo appartiene alla propria interiorità. Si guarda il mondo, l’altro, sempre da un luogo interno silenzioso, un luogo in cui ‘ciò che ho visto’ lascia il posto al vissuto, dunque alla descrizione di ‘ciò che ho visto’, alla sua osservazione e, passo successivo, alla sua riflessione. Il ciò che ho visto può diventare il ciò che immagino, il ciò che immagino può diventare il ciò che rifletto. Si tratta di due passaggi – dal vedere all’immaginare, dall’immaginare al riflettere – che possono avere dei sottopassaggi come l’osservare e il descrivere ‘ciò che ho visto’, ma in ogni caso vedere, osservare, descrivere, immaginare, riflettere, sono tutti passaggi che appartengono al guardare, ed è nel guardare che strutturo lo sguardo.

7. Lo sguardo come segnale pre-verbale ( torna all'indice )
Lo sguardo, osserva Argyle (2.), è in funzione del vedere, non tanto dell’inviare dei messaggi. Succede che però due messaggi la persona che guarda li invia lo stesso ad un altro. Il primo messaggio consiste nel comunicare che c’è un’apertura comunicativa, per cui i segnali visivi possono essere ricevuti. Il secondo messaggio che si invia è che si è interessati alla persona che si guarda. L’atto di distogliere lo sguardo, invece, non ha soltanto un significato, ma ne ha diversi, per cui il suo significato varia da situazione a situazione. Lo sguardo può indicare che sto bene con un’altra persona (affiliazione), oppure che l’altro lo vivo come una minaccia. Lo sguardo varia anche con le emozioni, per cui gli occhi, per esempio, cambiano espressione se in un particolare contesto sto vivendo paura, gioia, collera, ansia, imbarazzo, serenità. Fondamentalmente, aggiunge Argyle (2.), lo sguardo mi permette di apprendere delle informazioni rispetto a persone e relazioni sociali. Si guardano soprattutto le persone che per noi sono simpatiche, che ci piacciono. Se con l’altro affrontiamo argomenti intimi, i suoi sguardi diminuiscono verso di noi, mentre se trattiamo argomenti meno intimi gli sguardi diventano più frequenti. Se una persona inganna un’altra persona, si riducono drasticamente i suoi sguardi verso quest’ultima. Nelle situazioni sociali dove si vuole trasmettere una vicinanza verso l’altro, lo sguardo è accompagnato da un sorriso. Lo sguardo indica anche se con l’altro si sta in un rapporto di dominanza o sottomissione. C’è una dilatazione delle pupille se l’altro con lo sguardo manifesta interesse sessuale. Lo sguardo, inoltre, ha un suo modo di essere che non è quello dei gesti e delle espressioni del viso. Lo sguardo è innanzitutto un segnale non-verbale in funzione del vedere. Queste sono alcune osservazioni sullo sguardo rilevate da Argyle (2.) in base a degli studi psicologici con gli esseri umani.

8. Lo sguardo è selettivo ( torna all'indice )
Quando si parla di ‘uno sguardo sul mondo’ riferito, per esempio, a un documentario cinematografico sulle maggiori capitali dell’Oriente, la parola ‘sguardo’ che viene usata nel titolo è già di per sé selettiva, e il documentario ‘sguardi sul mondo’ non può che cogliere nella pellicola solo alcune immagini rappresentative di ogni città filmata (centri urbani, palazzi di valore architettonico, monumenti, la vita che si conduce in queste città, quartieri residenziali, quartieri della classe media, quartieri poveri, centri commerciali, zona industriale, la vita di notte, i luoghi del divertimento, ecc.). Dunque, si tratta di ‘sguardi’ del documentarista sulle città che ha visitato, ‘sguardi’ che sono soltanto rappresentativi, dal punto di vista sociologico, del modo come una particolare città è strutturata dal punto di vista urbano e di come quella popolazione cittadina vive la sua esistenza, almeno per linee generali.

Lo sguardo del documentarista, del regista di un film, del fotografo, del pittore, dello scultore, in altri termini dell’artista visivo, ma lo stesso discorso lo si potrebbe fare anche per lo scrittore, non può che essere selettivo, come, del resto, è lo sguardo di ognuno di noi. Ciò che guardiamo è solo un briciolo di mondo che si pone davanti ai nostri occhi, anche se questo mondo non è, per esempio, un paesaggio naturale o urbano, ma un gruppo di persone o una singola persona. Questa selezione è relativa:
  1. ai limiti della vista, se cioè gli occhi sono integri o hanno un difetto;
  2. al fatto che in ogni caso ciò che vediamo con i nostri occhi è solo una piccola porzione del mondo, cioè di spazio strutturato che è dinnanzi a noi;
  3. al fatto che la vista è un organo di senso per sua natura limitato e l’uomo, come osserva l’antropologo Arnold Gehlen (9.), ha inventato delle “protesi” per supplire ai limiti della natura, così ci serviamo del microscopio per guardare l’infinitamente piccolo, e del telescopio per guardare l’infinitamente grande, mentre gli occhiali da vista servono per correggere i difetti visivi dei nostri occhi;
  4. alla nostra interiorità, in cui la memoria, l’immaginazione, la riflessione che ruotano attorno ai vissuti esistenziali, che concernono pezzi di vita vissuta che sono accaduti nel corso della nostra soggettiva temporalità, strutturano la personalità di ognuno in una particolare individualità che guarda il mondo da ‘punti di osservazione interni’, che successivamente orientano gli sguardi a venire sul mondo.
9. Lo sguardo nell’infanzia ( torna all'indice )
Winnicott (27., p.19) scrive che un concetto di salute basato sulle “posizioni dell’Es” è insoddisfacente perché trascura la psicologia dell’Io. Naturalmente, qui Winnicott si riferisce all’Es della seconda topica della mente di Freud, ossia a quell’istanza della mente che sarebbe sede delle pulsioni e del rimosso dell’inconscio ( e che Jung definisce come inconscio personale). Winnicott osserva che se si considera l’Io e il suo sviluppo allora non possiamo trascurare di considerare “gli stadi preverbali e pregenitali” e il “contributo dell’ambiente”, ossia se l’ambiente facilita o non facilita lo sviluppo dell’Io, o, potremmo dire, della personalità. E’ interessante notare che Winnicott attribuisce grande importanza all’ambiente per lo sviluppo sano del bambino, che si auspica che sia “facilitante”. Solo se l’ambiente è “sufficientemente buono” nel contenimento (holding), il bambino può, in sintonia con la sua dotazione biologica, “realizzare il suo sviluppo personale”. Nella cura del bambino piccolo, sappiamo quanto sia importante lo sguardo della madre nell’inviare con la Gestalt del suo volto dei segnali tranquillizzanti. Il sorriso, l’accettazione, l’affetto, il contatto visivo, sono comunicazioni che la madre può trasmettere al piccolo con lo sguardo e le espressioni facciali. Prima che il bambino abbia sviluppato la capacità di parlare, la comunicazione tra lui e la madre si svolge attraverso la comunicazione non-verbale o, in questo caso, potremmo dire ‘pre-verbale’ se si considera la genesi del processo comunicativo umano.

10. Lo sguardo letterale e lo sguardo immaginativo negli adulti ( torna all'indice )
Consideriamo adesso gli adulti. In un individuo possiamo notare uno ‘sguardo senza immaginazione’, uno sguardo letterale, cioè che si dà piatto e conformista, uno sguardo che ‘non vede che solo ciò che vede’ nella descrizione banale del mondo esterno che è davanti a lui. Differente è il caso in cui una persona mostra uno sguardo immaginativo, uno sguardo che in quel momento fa pensare che chi guarda ha una mente viva e che il ‘paesaggio’ che ha davanti non lo vede in modo letterale, ma attraverso i movimenti della sua immaginazione che rendono il percepito che ha davanti a sé trasfigurato, per esempio, dalle emozioni, le associazioni, i ricordi, i sogni, le riflessioni. Nel primo caso avremo uno sguardo quotidiano, routinario, statico, sterile, morto; nel secondo caso uno sguardo creativo. In questo senso, possiamo aggiungere che è molto importante tenere in buona manutenzione uno sguardo immaginativo, specialmente se questo sguardo è quello di uno psicoterapeuta.

Donald W. Winnicott osservava che è fondamentale che l’analista in seduta sia una persona viva, consapevole di essere reale, come del resto lo dovrebbe essere ognuno di noi che vive la vita in maniera creativa (27.; 28.). E’ infatti attraverso lo sguardo immaginativo che il terapeuta comunica al paziente ciò che non sono stati capaci di comunicare a lui i suoi genitori e che hanno provocato i suoi blocchi mentali e il suo disagio psichico. Lo sguardo dei genitori ha una sua implicazione nella genesi del disagio mentale del paziente, come, per esempio, quando riferisce che la madre o il padre lo guardavano in maniera ‘severa’, ‘persecutoria’, ‘con la coda dell’occhio’, o uno di loro aveva uno sguardo ‘depresso’. Uno psicoterapeuta che ha uno sguardo immaginativo è una persona reale, una persona con una mente viva. Ciò che caratterizza il suo ‘essere terapeuta’ è la capacità di vivere la sua ora con il paziente in modo estetico, nell’apprezzamento empatico del paesaggio mentale del suo paziente, senza presentificare gli sguardi genitoriali che si sono incistati nella memoria traumatica di quest’ultimo. In questo senso vanno le illuminanti riflessioni sul controtransfert di Heinrich Racker (17.).

Al di là delle croste difensive, il vero sguardo del paziente in crisi, quello letterale, è uno sguardo sulle ‘macerie’ della sua mente, che nella sedimentazione del tempo si sono trasformate in ‘resti antichi’, ‘rovine’. Il suo sguardo si è arenato in quei ‘resti’ del passato, e nel disagio attuale non riesce a trovare delle connessioni tra quelle ‘rovine’ e le cose storte che lo fanno soffrire nel presente. Questa crisi interiore diventa anche un disorientamento temporale. Il presente è confuso, ansioso, depresso, e il futuro non esiste come progetto di una vita futura. Non c’è dubbio che ci sono anche dei fattori sociologici che entrano a far parte dei propri vissuti personali, e se si tratta di fattori negativi allora essi contribuiscono ad alimentare la crisi della persona, influendo sul modo come guarda se stessa e il mondo. Lo sguardo così seleziona gli elementi interni di sofferenza che lo strutturano secondo la ‘logica’ che Fairbairn (5.) chiama del “sabotatore interno”. In questo modo, alcuni elementi contingenti negativi vengono generalizzati e il mondo che lo sguardo ‘vede’ è quello che confermerebbe un destino irrimediabilmente cupo. Lo sguardo si appiattisce e cade nell’errore di interpretazione che la parte va presa per il tutto ( pars pro toto )! Al contrario, lo sguardo immaginativo è mobile lungo la traettoria temporale.

11. Temporalità, dialettica invisibile-visibile, sguardo ( torna all'indice )
Viviamo sempre nel presente, ma il presente è allo stesso tempo, come direbbe Henry Bergson (3.), una “durata”. Nel presente ci ‘nutriamo’ di ciò che non c’è, dell’invisibile. Tuttavia, l’invisibile, quando si parla del mentale, esiste, e non è poi così difficile documentarlo, almeno in parte, attraverso la scrittura e le arti, come nella conversazione orale. L’invisibile è una “realtà” psichica, relazionale e simbolica, se vogliamo anche scientifica (atomo, cellula, pianeti), e vive nel registro della temporalità, del passato e del futuro. L’invisibile diventa visibile quando è condiviso da due o più persone nel ‘qui e ora’ del presente, ed è molto apprezzato quando arricchisce di senso la comunicazione intersoggettiva. Lo sguardo credo che sia ‘imparentato’ con la dialettica dell’invisibile e del visibile, punteggiando lo scambio verbale tra i soggetti comunicanti.

12. Malattia, cronicità, salute, sguardo ( torna all'indice )
Psicologia e psicoterapia dialogano con la biologia, la sociologia, la filosofia, l’antropologia, la psichiatria, l’arte in tutte le sue espressioni. Psicologia e psicoterapia hanno a che fare con il progetto di migliorare la qualità del vivere umano attraverso la comprensione della “mente relazionale”. Esse si occupano, tra l’altro, di comprendere quali condizioni umane favoriscono la creazione dei legami tra le persone, e di quali atteggiamenti e comportamenti degli altri inducono alcuni a prenderne le distanze quando non si sentono accettati. La psicologia e la psicoterapia sono allora interessate a comprendere quali siano gli ostacoli interpersonali che impediscono la partecipazione alla vita di tutti. In questo senso, è bene chiarire che anche i ‘limiti’ fanno parte della presenza umana e bisogna evitare a tutti i costi di stigmatizzali, perché ogni essere umano hai i suoi ‘limiti’ e ognuno, secondo le proprie possibilità, può e anche vuole partecipare alla vita sociale. I ‘limiti’ sono parte dell’essere umano, e chi prima non li accusava stia certo che in futuro non ne sarà escluso, prima o dopo. Ci sono ‘limiti’ visibili e limiti invisibili. I primi possono essere individuati, per esempio, in un handicap motorio che impedisce la persona di deambulare con le sue gambe e che fa uso della carozzina. I secondi non appaiono sulla superficie dell’esistenza, ma sono presenti nell’interiorità o nel ‘dentro’ dell’organismo. Una gastrite non è visibile, ma se si parla con la persona che ne soffre constateremo che se ne lamenterà. Una nevrosi è apparentemente invisibile, ma è una condizione della mente che fa soffrire, e che può rivelarsi solo nella comunicazione con la persona che la soffre, o a volte in qualche suo agito. Invisibile e visibile sono in un rapporto di scambio relazionale tra loro nel singolo individuo e nel rapporto con gli altri. Lo sguardo dell’altro prima o dopo percepisce le nostre ‘possibilità’ i nostri ‘limiti’, e viceversa, noi guardando l’altro, nella frequentazione, percepiamo le sue ‘possibilità’ e i suoi ‘limiti’. Ma la conoscenza dell’altro non deve essere contro l’altro, semmai deve porsi al servizio di un miglioramento del legame e della comunicazione.

Una malattia o una disabilità croniche non possono essere ‘cambiate’, né con una cura organica né con una riabilitazione, almeno allo stato attuale della medicina, ma la cura e la riabilitazione possono aiutare a gestirle nel tempo affinché siano rese compatibili con un progetto di vita e con la vita quotidiana. Diverso è il discorso quando si soffre per un disagio psichico, perché se è vero che da una parte occorre rispettare le fragilità della personalità che si configurano come un’invarianza (Jervis), dall’altra è verosimile, tuttavia senza facilmente generalizzare, che un trattamento psicoterapeutico può apportare un miglioramento nella qualità dell’esistenza del paziente. Winnicott (27., p.24) ha scritto che
“la fuga nella salute mentale non è cosa sana. La vera salute, infatti, tollera la malattia, traendo addirittura un certo vantaggio dall’entrare in contatto con essa in tutti i suoi aspetti”.
13. Lo sguardo essenziale proprio ( torna all'indice )
In ogni persona c’è, per così dire, uno sguardo essenziale proprio che simultaneamente è interno ed esterno. Quello interno guarda i ‘paesaggi’ di vita vissuta, quello esterno ciò che nel presente ci circonda. Tuttavia, lo sguardo verso il mondo esterno è sempre accompagnato da uno sfondo psichico costante, che è lo sguardo verso l’estetica dei vissuti disseminati nella memoria della nostra temporalità. Ogni persona, che abbia un disagio o una malattia cronica o che sia tendenzialmente sana, credo abbia questo ‘sguardo essenziale proprio’, uno sguardo che forse proviene dal “vero Sé”. Si tratta di uno sguardo che quando è sintonico tra le persone le fa sentire come parti di una stessa ‘comunità’, al di là di ciò che le può dividere in altre circostanze, e che ripristina tra loro un senso di umanità solidale.

14. Non senso dell’iper-socializzazione e diritto di vivere la dialettica dello ‘stare insieme/stare solo’ ( torna all'indice )
La tesi dell’iper-socializzazione, cioè dei ‘vantaggi’ in termini di salute mentale che un essere umano potrebbe ottenere dal sentirsi socializzato e integrato in maniera totale in un ambiente sociale, ha i suoi limiti, se non la sua utopia, perché l’essere umano non tollera che fino a un certo punto lo stare insieme con gli altri, per cui è più umano vivere dialetticamente lo stare con gli altri e lo starsene per conto proprio.

Winnicott ha chiamato “capacità di essere solo” (25.) la possibilità di trovare piacere nella solitudine (18., p.262). Del resto, Winnicott stesso ha rivendicato la possibilità di starsene per conto proprio, vivendo lo stare da solo come un diritto irrinunciabile e una condizione esistenziale di cui non poteva fare a meno lui stesso (18.), e che ha indicato come un segno di maturità (25.). Winnicott inoltre era dell’avviso che deve essere posto un limite all’indagine psicoanalitica che vuole vedere la persona esclusivamente sul piano del ‘porsi in relazione’. In altri termini, Winnicott è stato critico verso le scuole psicoanalitiche (teoria delle relazioni oggettuali, interpersonalismo, intersoggetivismo, psicologia del Sé) che considerano l’esistenza umana esclusivamente sotto il segno della relazionalità. Egli sosteneva che siamo soli anche se ci troviamo in un ambiente con tante persone. In questo senso, e con Freud, Winnicott ha considerato l’ipotesi che un narcisismo primario ci accompagna per tutta la vita (18., p.394).

15. Vero Sé e Falso Sé in Donald W. Winnicott ( torna all'indice )
Winnicott pensava il “Vero Sé” come isolato, non-comunicante, e che non doveva essere comunicato, che vive per sé, e che è il ‘luogo’ dell’autenticità della persona. E’ molto probabile che Winnicott formulò il suo concetto di Sé mutuandolo dalla psicologia di Jung (18.). E’ questo “Vero Sé” a sentirsi reale, mentre il “Falso Sé”, compiacente, quello che si rivolge agli altri, viene sperimentato come “irreale” (18., p.288). Forse potremmo ipotizzare che quando noi guardiamo il mondo, gli altri, con il nostro sguardo silenzioso, lo facciamo a partire da questo “Vero Sé”. Quello che invece Winnicott ha chiamato “Falso Sé” ha a che fare con la compiacenza, l’accondiscendenza, cioè i compromessi che noi facciamo con il “Sé educato e socializzato” quando ci troviamo nelle situazioni sociali, e per trarne un vantaggio (26.).

16. L’arte e l’identificazione degli sguardi ( torna all'indice )
L’arte, nei suoi vari generi, ci attira specialmente quando è una ‘grande arte’, e l’artista attraverso la sua opera esprime una verità che allo stesso tempo è particolare, la sua e quella dei suoi personaggi, e universale, in quanto i suoi fruitori trovano in essa qualcosa che permette loro di identificarsi, di ‘ritrovarsi’. Si tratta, a mio modo di vedere, di un’identificazione di sguardi, a partire dal ‘luogo’ in cui artista e fruitore alla fine si ritrovano insieme, ossia nelle verità silenziose del Vero Sé che si possono comunicare solo in forma indiretta, come nell’arte, mentre la comunicazione nella vita sociale di tutti esige, come consiglierebbe Nietzsche, la maschera.

17. La “realtà” va presa per dosi omeopatiche ( torna all'indice )
Freud diceva che l’essere umano può tollerare la “realtà” solo fino a un certo punto, oltre al quale si ammala. La “realtà” va quindi ‘presa’ a dosi, per così dire, ‘omeopatiche’. Se la “realtà” è quella dello stare insieme con gli altri, sappiamo benissimo che si tratta di un ‘Giano bifronte’. Lo stare con gli altri può senz’altro far stare bene, ma può anche ammalare. Gli psicoterapeuti di tutte le scuole di psicoterapia ‘ne sanno qualcosa’ a tal proposito! Winnicott, del resto, è stato molto critico nei confronti del “principio di realtà”, considerandolo come “qualcosa di molto negativo”, “un’offesa” (28., p.32).

18. La temporalità e lo sguardo ( torna all'indice )
Ritorniamo, per un attimo, alla dimensione temporale. Il passato non esiste di per sé, è soltanto la traccia di un evento precedente che è stato già presente, e che ora nella mente è ricordo. Il passato non esiste se non come memoria, documento. Esso può essere rievocato nel ricordo del vissuto personale del singolo, o se ha un significato sociale diventa vissuto collettivo, per esempio, attraverso il suo ricordo nelle commemorazioni di una comunità, di una nazione, o come notizia quando viene riportato nei giornali, o documento nei libri, o ancora comunicazione virtuale su Internet. Il futuro non c’è come realtà tangibile, ma il suo fascino consiste nel fatto che sia opera dell’invenzione creativa progettuale dell’uomo, sia di un singolo che di una collettività. Il presente è fatto di azioni concrete, è l’unica dimensione temporale che consideriamo reale. Eppure il divenire, il cambiamento, esiste, sia nella sua forma entropica come nell’invecchiamento del corpo, nell’erosione dell’esistente - nelle cose, nella vita organica o animale o umana -, sia nella sua forma neg-entropica negli animali che si costruiscono il loro habitat (il nido, la tana), e ancora più nell’umano come sforzo, costruzione, lotta, volontà di sopravvivenza e di miglioramento della qualità del proprio vivere nel singolo e nella coralità delle intenzioni solidali di un gruppo. L’autopercezione del ‘tempo che passa’ dà una sua coloritura sentimentale o emozionale allo ‘sguardo essenziale proprio’, in termini di rimpianto, nostalgia, o slancio verso il futuro. Il presente possiamo plasmarlo come vogliamo, ma molto dipende da come lo sguardo verso il mondo esterno è colorato dai vissuti dello sguardo psichico, dai suoi ‘paesaggi interiori’ che, a seconda dei movimenti immaginativi e della memoria esistenziale, configurano l’estetica di uno sguardo.

Il tempo ciclico (l’avvicendarsi delle stagioni, i rituali personali scaramantici o nevrotici, i rituali collettivi come le periodiche celebrazioni e le feste, e, se vogliamo, anche la compilazione del burocratico modello 730 annuale!) è sempre subordinato al tempo lineare irreversibile dell’invec-chiamento e della morte. I prodotti di bellezza delle industrie cosmetiche giocano il loro commercio sull’illusorietà della negazione del divenire e dell’angoscia di morte, mettendo sul mercato prodotti per abbellire, nascondere, i segni del tempo lasciati sul corpo, fragile e caduco, al fine di sedurre lo sguardo dell’altro ancora una volta, nelle trame del desiderio. Sono soprattutto le star del cinema ad angosciarsi per il venire meno della loro bellezza, avendo investito in essa il loro fascino e buona parte del successo sull’attrazione sessuale del loro corpo.

L’invecchiamento fa comparire le rughe, le smagliature, la cellulite, i capelli bianchi, e altre ‘catastrofi’ estetiche che, secondo il proprio immaginario, farebbero sminuire il potere seduttivo di un bel corpo femminile. La donna sa tutto questo, ma ricorre alla negazione per non percepire la freccia irreversibile del tempo che è iscritta nel suo corpo. In realtà, quello che chiamiamo il ‘tempo ciclico delle stagioni’ ha una sua linearità irreversibile, anche se questa irreversibilità si configura come il compimento naturale di una vita organica che ha la sua durata temporale. Anche l’uomo delle società consumistiche, come la donna, viene ‘educato’ dalla civiltà a negare in forma nevrotica l’angoscia di morte e a fuggire dal negativo che fa parte della vita. Attraverso questa forma di nevrosi estetica, le industrie della bellezza possono indurre l’homo consumens a comprare prodotti illusoriamente neg-entropici e che in realtà non hanno nessun potere contro l’entropia che è iscritta nella temporalità irreversibile dei corpi. Noi ci guardiamo attraverso gli sguardi degli altri e li interpretiamo, insieme alle loro espressioni facciali, come accettanti o rifiutanti. Da queste interpretazioni facciamo dipendere il nostro essere felici o meno.

19. Disagio psichico come arresto temporale e ripetizione ( torna all'indice )
Nella ripetizione, in cui il presente diventa un appendice del passato, noi abbiamo smesso di vivere nell’azione, e questo arresto temporale diventa nevrosi, se non un disagio più grave. Del resto il futuro si nutre del nuovo, ma se il presente è in condizione di arresto, anche l’invenzione del nuovo non è possibile, e la ripetizione viene così a configurarsi come la paralisi del tempo soggettivo che svuota di senso l’esistenza.

Kierkegaard scrisse La ripetizione (15.), considerato da lui “un esperimento psicologico”. In esso pervenne alla conclusione che nessuna esperienza può ripetersi allo stesso modo. In questo senso, la conclusione a cui perviene Kierkegaard, in sintonia con le sue esperienze personali, rispetto alla possibilità di ripetere ciò che gli è accaduto la prima volta, sembra convalidare la convinzione di Eraclito che l’acqua che scorre nel letto di un fiume non è mai la stessa. In altre parole, tutto diviene, e niente si ripete. Il divenire comporta il movimento, il cambiamento, lo sviluppo, l’evoluzione, anche se porta con sé le sue contraddizioni (21.). Freud, invece, per indicare il ripetersi del comportamento nevrotico coniò l’espressione “coazione a ripetere” in Al di là del principio di piacere (8.). La nevrosi, in questo senso, allora andrebbe contro il divenire della vita, che è il senso della temporalità, e vi si opporrebbe in una costrizione interiore a ripetere sempre la stessa azione (acting out), come se il nevrotico fosse in balia di una forza che non è sotto il suo dominio cosciente. Classico è l’esempio del comportamento compulsivo del lavarsi più volte le mani a distanza di pochi istanti, o della ripetizione di movimenti involontari come i tic, l’andare a controllare più volte che la porta di casa sia stata chiusa con la chiave.

Nella ripetizione del passato nel presente lo sguardo diventa immobile e la vita della mente non fluisce, qualcosa non funziona in quello che William James (12.) chiamava “flusso della coscienza”. L’azione non è libera e in armonia con il divenire, essa diventa complicata, difficile, forse impossibile. L’ossessivo-compulsivo mette in atto dei rituali che ‘sacralizzano’ i suoi sintomi, obbedendo a un senso conservato nel suo inconscio, ma che sfugge alla coscienza. La ripetizione diventa così una necessità che non è in sintonia con il divenire della vita, ma che è una specie di ‘soluzione di sopravvivenza’ che permette di ‘salvarsi’ da un disastro ben peggiore rispetto alla situazione originaria che provocò il disagio. Winnicott era convinto che il ‘peggio’ nella mente del paziente fosse già accaduto, anche se quest’ultimo poteva non esserne cosciente. Nel disagio psichico, allora, c’è un arresto nel divenire della temporalità soggettiva, che rispetto al particolare tipo di sofferenza si struttura secondo una sua fenomenologia. Anche lo sguardo, in questi casi, non è libero di dispiegarsi, ma è in funzione del suo passato, non del fluire della propria temporalità, per cui il guardare non è uno sporgersi sul mondo, ma un ripiegarsi su se stesso, cogliendo del mondo solo ciò che è in rapporto col proprio passato e che monopolizza il presente nel segno della ripetizione, intesa però come ‘soluzione’ simile da dare allo stesso problema interiore e relazionale, anche se si tratta di una ‘soluzione’ che non risolve.

20. Revisione del passato e condivisione dell’estetica dello sguardo del paziente ( torna all'indice )
Abbiamo bisogno allora di una revisione del passato, una revisione che ci permetta di ripercorrerlo per trovare i blocchi originari che pietrificano il presente, senza pretendere che questa ricostruzione sia una “verità storica”, ma semmai una “verità narrativa”, come si esprime Donald P. Spence (22.). D’altra parte, gli accadimenti del presente possono attivare delle situazioni del passato fonte di sofferenza e imprimergli significati di un tempo. Anche qui il presente si appiattisce nel passato provocando la ripetizione, e il blocco del movimento immaginativo, della cinetica, dello sguardo. Il paziente ha così bisogno, da una parte, di trovare nello sguardo del terapeuta il suo stesso sguardo ‘inerte’, per un suo bisogno empatico di sentirsi ‘entrambi nella stessa barca’. Dall’altra, e al momento ‘giusto’, occorre che il terapeuta sia non solo il ‘compagno’ solidale della sofferenza del paziente, ma che sia lui a ‘remare la barca’, con discrezione, per guardare ‘nuovi orizzonti’ e commentarli insieme. Si tratta, in sostanza, di condividere lo stesso ‘panorama’ nel tempo trascorso insieme nelle sedute, ‘panorama’ che costituisce l’estetica dello sguardo del paziente, ed esplorare, seduta dopo seduta, se questo ‘panorama’ è sempre lo stesso o se ha la speranza di cambiare.

Attraverso la ‘circumnavigazione’ dei vissuti del paziente, ma anche del contributo del terapeuta a viaggiare in questi vissuti col suo autore, forse è possibile intravedere, col tempo, qualche svolta. Il paziente apprende, in seduta, che occorre distinguere il passato dal presente e che i vissuti del passato appartengono a un’estetica della psiche che ha ‘paesaggi’ che occorre delimitare, circoscrivere, collocare nel posto in cui nacquero, affinché il presente non ne venga più inghiottito. Attraverso questa acquisizione, il paziente guadagna gradi di libertà interiore e la sua temporalità soggettiva può sperare di sintonizzarsi con il divenire delle cose, della vita, e che il presente può liberamente ritornare al passato come memoria, e non ripetizione di false soluzioni ai problemi personali, e guardare anche verso una “visione personale” che inventi progetti futuri, a misura del proprio sguardo creativo. E’ qui che lo sguardo immaginativo del terapeuta acquista tutta la sua importanza, come comunicazione non verbale verso il paziente.

21. Lo sguardo interpersonale ( torna all'indice )
Scrivono, a proposito dell’importanza dello sguardo interpersonale del ‘faccia a faccia’, Rosalba Raffagnino e Laura Occhini (11.), autrici di un bel saggio sulla comunicazione non-verbale: “Lo sguardo, in effetti, è uno dei più importanti segnali non-verbali; occupa un’ampia percentuale del tempo che due persone impiegano in una conversazione faccia a faccia, secondo Beattie ben il 41% [1978a].”

22. Le nuove funzioni analitiche dello psicoterapeuta ( torna all'indice )
Psicoanalisti come Sandor Ferenczi, Donald W. Winnicott, Margaret I. Little hanno ‘re-inventato’ la psicoanalisi riducendo l’importanza della neutralità dell’analista, e dell’interpretazione come funzione analitica centrale dell’azione terapeutica. Nuove funzioni sono state introdotte nel trattamento psicoterapeutico con i pazienti che soffrono di disturbi del Sé (24.). A tal proposito, Massimo Vigna-Taglianti (24., p.268) si è espresso nel seguente modo:
“Col passare del tempo gli analisti hanno restituito e attribuito una crescente importanza al tatto, al gioco e al coinvolgimento personale nella loro relazione con il paziente (punti cardinali della riflessione ferencziana), e alle nuove potenzialità terapeutiche che si prospettavano mediante l’attenta analisi di tale coinvolgimento. Ciò è andato di pari passo col crescere della consapevolezza dell’impossibilità di non essere influenzati da una relazione protratta nel tempo e fondata sul reciproco impegno (Bordi, 1995; Borgogno, 1995; Ferro, 1992, 1996; Gaburri, 1997a). A partire dall’immagine dello specchio che riflette spassionatamente i contenuti emotivi del paziente e vi risponde con silenziosa passività, sono state via via costruite altre immagini della funzione psicoanalitica: holding, rêverie, mirroring, evocation by proxy, enactement sono tutte espressioni che «non denotano più la pregiudiziale passività dell’ascolto dell’analista ma indicano il suo andare incontro al paziente, il suo essere un attivo agente di cambiamento terapeutico, raggiungibile con mezzi altri e distinti da quelli dell’attività interpretativa tradizionale» (Bordi, 1995, p. 377).”
23. Sguardo, personalità terapeutica, psicosi ( torna all'indice )
Nell’ambito della cura della psicosi, Roberta Siani (20.), avendo come teoria di riferimento la psicologia del Sé di Heinz Kohut, ha sottolineato come lo sguardo dell’operatore della salute mentale sia una funzione terapeutica che egli non deve assolutamente trascurare, perché il paziente psicotico dallo sguardo dell’operatore che si prende cura di lui ‘decodifica’ la psicologia che mette in atto nei suoi confronti. La Siani (20.) ha osservato che non è tanto importante il training che ha conseguito l’operatore che si occupa di pazienti psicotici, ma se ha una “personalità terapeutica”. Del resto, anche Jung, in termini più generali, aveva osservato che ‘ciò che cura’ non sono tanto le tecniche, ma se è ‘terapeutica’ la personalità di chi pratica la psicoterapia (14.).

24. Vero Sé e psicoterapia ( torna all'indice )
Se la terapia psicologica è anche una condivisione del “Vero Sé” del paziente con un’altra persona che è il terapeuta, allora questa relazione non può essere costituita soltanto di parole, che sono anche una parte importante del rapporto, ma anche della comunicazione non-verbale (gesti, posture, sguardi, voce, silenzio, distanza, ascolto, ecc.). Nella comunicazione umana lo sguardo assume un’importanza fondamentale e altrettanto importante è nell’ambito della relazione psicologica del ‘faccia a faccia’. Le parole comunicano solo una parte del vissuto la cui verità è sedimentata nel “Vero Sé”. Quando si dice che ‘gli occhi sono la verità dell’anima’, e non le parole, in fondo si è detto qualcosa di verosimile. Gli occhi, e quindi lo sguardo, comunicano il sentire del “Vero Sé” che è riposto nell’anima. Se il terapeuta tocca le ‘corde’ di questo sentire, apparentemente inesprimibile, che è nel vissuto del “Vero Sé”, è probabile, se è un vissuto doloroso, che il paziente reagisca con un pianto, dando sfogo a un’emozione repressa che fino a quel momento non era stata possibile raggiungere con le parole. In ogni caso, sintonizzarsi con il “Vero Sé” del paziente comporta, da parte del terapeuta, rispetto, tatto, empatia e condivisione del patire. Così se il terapeuta si mette in ascolto del “Vero Sé” del paziente, egli non può farlo che, a sua volta, sintonizzandosi con il suo “Vero Sé”. C’è una comunicazione più sottile che avviene in silenzio, nella condivisione degli sguardi tra paziente e terapeuta e che rimanda a ciò che di non-comunicante c’è nel “Vero Sé”.

25. Comunicazioni autentiche e false del paziente ( torna all'indice )
Anche la comunicazione verbale è accompagnata dallo sguardo, ma è più sottilmente ambivalente, perché il racconto di sé del paziente può oscillare tra l’autentico e il falso. Non sempre i pazienti dicono la ‘verità’ che conoscono di sé, che del resto è insoddisfacente se non basta loro a uscire fuori dalla crisi o dal disagio personale che stanno vivendo. In seduta il paziente può anche mentire, produrre delle resistenze al trattamento, o, peggio, provocare una reazione terapeutica negativa con la loro opposizione, anche se ciò va letto tenendo conto di come il terapeuta si pone nei confronti del paziente.

26. Conclusioni circa queste riflessioni provvisorie e in divenire ( torna all'indice )
Riassumendo, in vista della conclusione di queste riflessioni, lo sguardo ha un’importanza notevole anche in psicoterapia. Non si fa ‘psicoterapia’ soltanto con le parole, secondo l’ottica della psicoanalisi freudiana, ma anche con la comunicazione non-verbale, di cui lo sguardo ha un posto di rilievo, per esempio, nel comunicare “vicinanza empatica”. Gli sviluppi della psicoanalisi a partire da Ferenczi fino a Winnicott, Kohut, Mitchell e le varie correnti psicoanalitiche che hanno integrato comunicazione verbale e comunicazione non-verbale, e soprattutto Jung che ha inaugurato da pioniere il setting relazionale del ‘faccia a faccia’, considerano nuove funzioni psicologiche dell’analista che non siano quelle della “neutralità” e dell’ “interpretazione”. Nel setting junghiano del ‘faccia a faccia’ il paziente ha la possibilità di guardare sia il viso che il corpo del terapeuta, il suo sguardo, le sue posture, i suoi gesti, in sostanza, la sua soggettività a tutto tondo. Allo stesso modo, il terapeuta può guardare nel suo insieme il corpo del paziente e ascoltare le sue parole guardandolo in viso, come può vedere il suo sguardo, le sue posture, i suoi gesti. In questo setting del ‘faccia a faccia’ la psicoterapia è dunque possibile svolgerla tenendo conto della psicologia dello sguardo e del non-verbale, oltre che della comunicazione verbale. Dunque, tra le tendenze più interessanti della psicoanalisi possiamo constatare che è emersa un’apertura nei confronti degli elementi extra linguistici e non-verbali. Per esempio, Antonio Di Benedetto (4.), in un saggio di psicoanalisi, indaga ciò che succede “prima della parola”. Nel caso dello sguardo, come è stato detto, se da una parte esso è in funzione del vedere come segnale pre-verbale, dall’altra ha un suo punto di riferimento necessario nell’interiorità (memoria, immaginazione, riflessione, stati emozionali) e nella relazione umana, nel caso in cui si è in “contatto visivo” con una o più persone. Lo sguardo, quindi, ha una molteplicità di significati che non sono soltanto psicologici, ma che si individuano in ogni aspetto dell’esistenza, nei vari contesti di vita, nel mondo degli esseri umani, nella relazione con la natura, nella condizione dello stare da solo come nella relazione con gli altri, e nondimeno nell’arte e nell’azione del fare creativo. Infine, in ogni sguardo umano c’è qualcosa che potrei indicare come una sorta di ‘mistero animale’, un mistero che in forma indiretta rimanda all’intuizione di far parte della natura che ci ha messo al mondo, della vita che abita il pianeta Terra nelle sue varie forme biologiche, fino all’uomo. A volte accade che nella poesia di uno sguardo cogliamo il senso del nostro esistere.

27. Riferimenti bibliografici ( torna all'indice )
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